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ALBERTO NEGRO, UNA GRANDE FAMIGLIA

Sotto le due bandiere. Potrebbe essere questo il titolo ideale per descrivere la parabola calcistica di Alberto Negro, attuale presidente del Valleggia che tuttavia non rinuncia a continuare a calcare quel terreno verde che tante volte lo ha visto indossare, nel ruolo di difensore, la maglia del Quiliano. «Esatto, faccio un po’ tutto. E la […]

Sotto le due bandiere. Potrebbe essere questo il titolo ideale per descrivere la parabola calcistica di Alberto Negro, attuale presidente del Valleggia che tuttavia non rinuncia a continuare a calcare quel terreno verde che tante volte lo ha visto indossare, nel ruolo di difensore, la maglia del Quiliano. «Esatto, faccio un po’ tutto. E la mansarda di casa mia è diventata il magazzino della squadra.»

    BORIS CARTA   

                                                                                             

In quale circostanza si è concretizzato il tuo passaggio all’altra squadra del paese?

Una epica formazione del Valleggia Calcio

«Diciamo che per il Valleggia l’aspetto agonistico si è concluso nel 2017, anno della fusione con il Quiliano che ha portato alla nascita del Quiliano&Valleggia. Alcuni ragazzi sono passati nella nuova società, ma la maggior parte di loro è rimasta in quella storica continuando a giocare nei tornei a 7 o nel torneo UISP a 11 di Genova disputato nel 2018. La nostra storia è un po’ lunga: siamo un gruppo di ragazzi, tutti più o meno coetanei, che hanno giocato nelle giovanili del Quiliano e hanno avuto la fortuna di essere allenati per due anni da Fabio Musso che ci ha trascinati, un po’ per sua indole e un po’ per via del suo lavoro di educatore, in un mondo che non ha niente a che vedere con il calcio. Abbiamo sempre detto che avremmo anche potuto giocare a biglie perché la cosa importante non era lo sport, ma il fatto che si fosse creato un gruppo di amici.»

Di conseguenza, dev’essere stato facile convincervi…

«Quando Fabio ci ha chiamati per creare la squadra del Valleggia, molti avevano smesso mentre io giocavo ancora nella prima squadra del Quiliano, dove avevo militato per quattro anni. All’epoca la società si era lanciata in voli pindarici acquistando giocatori importanti e i ragazzi di Quiliano avevano finito per essere scavalcati da questa politica sportiva che adesso, fortunatamente, è stata accantonata. Complice una serie di fattori, abbiamo deciso di dare una mano allo storico presidente Francesco Landucci confluendo nel Valleggia e dando inizio a un’avventura durata per otto-nove stagioni. Dopo due anni in Terza Categoria, siamo tornati in Seconda e non l’abbiamo più lasciata arrivando a raggiungere, nelle ultime due stagioni, i play-off per la promozione in Prima Categoria senza purtroppo riuscire a centrarla. Ma, soprattutto, siamo un gruppo di ragazzi a cui piace stare insieme; e in tal senso dobbiamo ringraziare Fabio perché con le sue doti, i suoi pregi e anche i suoi difetti ci ha insegnato che il calcio non era tutto. Quando l’arbitro fischiava l’inizio bisognava pensare alla partita, ma prima e dopo quel fischio il calcio passava in secondo piano.»

 Ora, però, facciamo un passo indietro: come e quando sono nati la tua passione per il calcio e e il desiderio di praticarlo?

«Sono nati fin dai tempi delle elementari. Finita la scuola, io e i miei amici ci riunivamo nei giardini di Massapè, vicino al palazzetto dello sport: un praticello con due alberi d’ulivo che utilizzavamo come porte integrandoli con dei bastoni o con le nostre giacche, ci divertivamo così. Io uscivo di casa alle tre del pomeriggio e tornavo alle sei di sera con i pantaloni diventati verdi per via delle scivolate, delle strisciate e dei tiri. Avendo poi un fratello più grande anch’egli amante del calcio, l’attrazione verso questo sport è avvenuta in modo naturale, ma indubbiamente far parte di un gruppo di coetanei accomunati dalla stessa passione è stato determinante. Finché, un bel giorno, un dirigente del Quiliano ci ha notati – non per le nostre doti calcistiche, ma per il fatto che fossimo sempre in quel benedetto prato sotto casa sua – e ci ha detto: “Ma scusate, invece di venire a giocare qui venite a giocare nel Quiliano!”. All’epoca esistevano forse soltanto i “Pulcini” e le categorie antecedenti e successive a quella della nostra leva. Una volta creata la squadra, il nostro primo allenatore è stato Paolo Testa, spotornese d’origine ma ormai quilianese d’adozione, che si è portato da Spotorno sei o sette dei suoi giocatori e ha creato un gruppo: con lui abbiamo trascorso quattro-cinque anni nelle leve degli “Esordienti” e degli “Allievi”. Diciamo che le esperienze calcistiche mie e dei miei compagni, fin dagli inizi sul mitico prato, sono sempre state caratterizzate da personaggi, sia allenatori che dirigenti, che non puntavano di certo al risultato ma piuttosto a far giocare a pallone i ragazzi di Quiliano.»

Il calcio non è solo risultati, ma anche allegria e condivisione

 Oltre al tuo primo allenatore, quali altri ricordi in modo particolare?                                                                                                      

«Sicuramente Lello Tarantino, che ci ha presi il primo anno nella juniores: un allenatore esigente dal punto di vista calcistico che ci ha fatti maturare dal punto di vista tecnico-tattico. Poi Mirko Ottone, che abbiamo avuto il secondo anno e, viceversa, prediligeva un rapporto molto genuino con i ragazzi; una sorta di anticipazione di ciò che è avvenuto con Fabio Musso, giunto dopo di lui. Fabio, ribadisco, ci ha veramente stravolti: con lui giocavamo non tanto perché ci piacesse il calcio quanto per la gioia di stare insieme, andare alla partita era un autentico momento di aggregazione e di festa. Certo, quando eravamo in campo volevamo sempre vincere e davamo tutto, non eravamo una squadra che diceva: “Giochiamo e leviamoci questo dente”. Ma ancora oggi, sia riguardo alle giovanili del Quiliano che alla prima squadra del Valleggia, ricordiamo tutti quanti un’infinità di aneddoti che poco hanno a che vedere con il calcio ma che si svolgevano anche all’interno del campo durante i 90 minuti. Se dovessi raccontarteli tutte staremmo qui per due o tre giorni.»

Allora potresti selezionare quelli che ti sono rimasti maggiormente impresse…                                                                                                      

«A parte i classici scherzi che fanno parte della goliardia nello spogliatoio, ricordo episodi assurdi in campo: una volta, proprio mentre l’arbitro stava per fischiare l’inizio della partita, un compagno di squadra aveva trovato 20 centesimi sul terreno di gioco e li aveva consegnati a Fabio. Fuori dagli allenamenti, avevamo la pizza fissa il giovedì sera con la squadra e in quei momenti il gruppo si cementava ulteriormente. I ragazzi con cui all’inizio giocavo a Valleggia erano già tutti miei amici o, comunque, persone che avevo conosciuto nelle giovanili del Quiliano. Ma Fabio, nel momento in cui è arrivato, ha portato molti dei ragazzi che aveva avuto al centro di aggregazione “Millepiedi” di Savona con i quali ho coltivato amicizie che mantengo tuttora in maniera assidua: per me, a livello personale, sono stati assolutamente un valore aggiunto. Ogni anno cerchiamo di fare una rimpatriata, ma spesso mi accorgo che non è necessario perché, di una trentina che possiamo essere, almeno venti li vedo tutti i giorni o quasi. Dal punto di vista calcistico, poi, l’esperienza è stata sicuramente positiva perché nel nostro piccolo, avendo trovato la dimensione ideale nella Seconda Categoria, battagliavamo come se fossimo in finale di Champions League: andare ad affrontare squadre incredibilmente più attrezzate e titolate a livello locale, ritrovarsi a marcare giocatori che, nonostante l’età, con un tocco si girano, calciano e segnano senza neanche lasciarti il tempo di pensare (per dire, contro il Millesimo ci siamo visti di fronte Marco Carparelli che aveva giocato in Serie A con Sampdoria, Empoli e Siena, oltre che in B con Torino e Genoa) e comunque giocarsela alla pari è un segno tangibile di compattezza. La nostra forza era il gruppo, non avevamo individualità spiccate ma eravamo uniti.»

 E sono certo che anche gli avversari lo avvertivano…                                                                                                      

«Ti racconto una cosa che non è un aneddoto, ma quasi. L’anno in cui abbiamo vinto la Terza Categoria concludendo il campionato imbattuti, alla fine di ogni partita, casalinga o esterna che fosse, passavamo in mezzo agli avversari e tutte le volte questi si giravano dicendo: “Ma come c…. fanno questi a essere primi?”. Invece, superando la Val Prino nello scontro diretto, abbiamo conquistato la matematica certezza del primo posto finale con una giornata d’anticipo e all’ultimo turno contro la Virtus Sanremo, disputato sotto la pioggia, ci è stata concessa la “passerella” al Chittolina di Vado Ligure. Poiché il traguardo era stato raggiunto, il “mister” aveva approfittato per dare spazio a chi, durante il torneo, aveva giocato meno. Avevamo la testa ormai libera, ma tenevamo a conservare l’imbattibilità; ci siamo riusciti pareggiando al 93’ grazie a una bordata in mischia che si è insaccata sotto la traversa. Nei due anni successivi abbiamo faticato un po’ salvandoci all’ultima giornata ed evitando i play-out, ma nel triennio seguente siamo cresciuti: dopo un campionato discreto, come ricordato, abbiamo raggiunto i play-off per due stagioni consecutive sfiorando il salto in Prima Categoria.»

 D’altra parte, Francesco Landucci era solito dire: «La Seconda Categoria è la nostra Serie A». E voi, per poco, non gli avete regalato… la Champions League!                                                                                                        

«Francesco è una persona d’oro che io stimo anzitutto a livello personale. A lui interessano sempre i ragazzi, quando parla della squadra dice sempre: “Bisogna far giocare i ragazzi”. È un uomo che non ha mai lesinato impegno in tutto ciò che ha fatto e la carica di presidente che mi è stata conferita lo scorso anno è semplicemente formale: Francesco ha avuto molti problemi di salute che non gli consentono più di essere attivo dal punto di vista dell’operatività calcistica e tutti quanti abbiamo ritenuto opportuno dargli una mano.»

        

Entusiasmo e amicizia: il Valleggia ha un DNA calcistico tutto particolare

                                                                                           

Fatte le dovute proporzioni, una figura che rimanda un po’ a quelle dei presidenti delle “provinciali” della Serie A degli anni ‘80, soprattutto sotto l’aspetto umano…                                                                                                        

«Francesco è al timone del Valleggia dal lontano 1972, ma si è sempre occupato di calcio. Un’altra sua frase storica che noi utilizziamo sempre è: “Il Valleggia è un’idea”. Non una squadra di calcio, ma un’idea di come fare calcio. Siamo impegnati nel sociale, aspetto al quale lui ha sempre prestato particolare attenzione: siamo affiliati con la Lilt (acronimo di Lega Italiana Per La Lotta Contro I Tumori) e fino allo scorso anno abbiamo organizzato eventi in collaborazione con associazioni come Il Faggio e altre che, soprattutto ultimamente, si sono occupate dell’accoglienza dei migranti. Negli ultimi anni, poi, abbiamo inserito in squadra tre ragazzi venuti dall’Africa che in seguito si sono ben integrati nel nostro tessuto sociale. Ricordo che uno di loro rideva perché non capiva l’italiano, mentre gli altri due qualche parola la spiccicavano: sono diventati nostri amici e hanno continuato a partecipare ai vari tornei. L’integrazione è un aspetto al quale noi siamo sempre attenti all’interno della Polisportiva Quiliano, nel cui consiglio direttivo siamo entrati anch’io e il vice presidente Samuele Maccagnan, mentre Francesco è stato nominato presidente onorario sia del Valleggia che della Polisportiva. Io e Samuele ci consideriamo le “braccia” per il sociale: magari tralasciamo un po’ l’aspetto agonistico, ma siamo attenti a molti altri.»                                                                                                    

Quante e quali sono le principali figure all’interno della Polisportiva?                                                                                                        

«Essenzialmente due: il Quiliano&Valleggia, che rappresenta la squadra del paese, e il Valleggia. In tal senso devo fare i complimenti alla dirigenza della nuova società che sta svolgendo un lavoro egregio: una volta allontanati certi vecchi “personaggi” che ancora gravitavano attorno all’ambiente anche dopo la fusione, ha saputo creare un settore giovanile composto da molti giovani di Quiliano e l’affidamento della guida tecnica a una vecchia gloria come Chicco Ferraro è una garanzia assoluta. Senza dimenticare il direttore sportivo Antonio Marotta, del quale mi è capitato di incrociare i parastinchi quando giocavo nel Quiliano con esiti ovviamente infausti per il sottoscritto. Insomma, noi stiamo davvero perseguendo la filosofia di Francesco e cerchiamo di portarla avanti in tutti gli ambiti nonostante questo periodo non sia dei migliori per qualsiasi tipo di attività, soprattutto sportiva. L’auspicio è quello di poter ripartire a pieno regime quando si sarà ristabilita una certa normalità.»

 E quali sono, in tal senso, i vostri progetti per il futuro?                                                                                                        

«Per questa stagione contavamo di rifondare la squadra a 11 a livello agonistico, ma non ci siamo riusciti a causa dell’emergenza Covid e altri problemi. L’obbiettivo del progetto è quello di coinvolgere altri giovani, sia di Quiliano che del territorio limitrofo, soprattutto in segno di ringraziamento nei confronti di Francesco, per dimostrargli che la sua creazione continua e va avanti con gli stessi principi: sportivi, sociali e di aggregazione, assolutamente non economici. Tra di noi non c’è mai stato scollamento tra dirigenza, guida tecnica e squadra; siamo sempre stati un’unica famiglia, abbiamo sempre deciso che le somme derivanti da sponsorizzazioni (ovviamente di attività locali) sarebbero sempre andate a soddisfare i bisogni della società, dalle pettorine ai palloni, ai conetti, alle trasferte, all’iscrizione al campionato. Non abbiamo mai preteso compensi in quanto non hanno senso dal punto di vista tecnico: io, quando giocavo a Quiliano, prendevo 80 Euro al mese e già mi sembrava una bestemmia che mi si dessero 20 Euro alla settimana per giocare a pallone.»

 E se Francesco Landucci è il papà di questa grande famiglia, Fabio Musso è senza dubbio il fratello maggiore…                                                                

«Assolutamente sì. Primo perché la differenza di età con alcuni giocatori non è così marcata; secondo perché la sua attitudine a livello caratteriale e il lavoro da lui svolto hanno inciso in maniera notevole. A livello goliardico non sembrava né un allenatore né un dirigente ma uno di noi; ovviamente con i momenti di serietà necessari durante gli allenamenti e le partite, che noi abbiamo sempre mantenuto, perché se non si affrontano gli impegni seriamente si rischia di andare a fare brutte figure in giro e, conseguentemente, di non divertirsi. Fabio ha sempre preteso da noi impegno, ma soprattutto autoresponsabilizzazione: presentarsi agli allenamenti e farlo possibilmente senza aver mangiato prima dieci pizze. La sua tendenza era quella di rendere responsabile ogni persona, gli veniva talmente bene nel suo lavoro che non poteva non trasmetterla anche ai giocatori. E non credo sia stato tanto il suo lavoro a servirgli in altri ambiti quanto la sua predisposizione caratteriale a portarlo ad avere passione per il lavoro che ha sempre svolto.»

Un po’ quello che ora sei tu in veste di presidente-giocatore…

«Io mi sono preso la briga di essere formalmente il presidente della società, ma tutti sappiamo benissimo che le cariche contano fino a un certo punto. Abbiamo riunito un po’ di figure e siamo rimasti formalmente gli stessi: sette-otto di noi, compreso Fabio, figurano nel consiglio direttivo, mentre il vice presidente, come detto, è Samuele Maccagnan, il “Franco Baresi” del Valleggia di cui è stato storico capitano prima di essere costretto al ritiro a causa di un brutto infortunio a una caviglia riportato durante una gara di motocross proprio nell’estate successiva alla vittoria nel campionato di Terza Categoria. Posso dire, a nome di tutti i miei compagni, che negli anni successivi scendevamo in campo anche per lui, perché continuava a seguirci e sapevamo quanto avrebbe tenuto a guidarci ancora in campo e fuori. Altra grande figura è Luciano Brondo, vecchia gloria anche del Quiliano, che ci dà una grossa mano portandoci le borracce e le maglie ma soprattutto ci delizia con il suo “must”: il tè con i biscotti. Ma sono tante le persone con cui abbiamo mantenuto i rapporti: un nome su tutti è quello di Rino Ceraolo, già allenatore e arbitro, i cui due figli hanno entrambi giocato nel Valleggia e uno vi gioca tuttora.»

 Davvero una grande famiglia…

«Che si allarga sempre di più grazie a grandi personaggi e intende continuare così. Il nostro obbiettivo è quello di portare avanti il disegno di Francesco improntato sui giovani, sperando di poter svolgere in futuro un’attività sempre più aggregativa e di affiancarci, all’interno della Polisportiva, al Quiliano&Valleggia mantenendo la nostra filosofia: molto meno agonismo e molta meno attenzione al risultato per favorire l’aggregazione e il divertimento. Il Valleggia è sempre stato, nella sua storia, il serbatoio che raccoglieva tutti quei giocatori che magari trovavano poco spazio in altre realtà fino a diventare, con l’avvento di Fabio Musso e grazie al costante impegno di Francesco Landucci, quasi una meta ambita: negli ultimi anni molti ragazzi chiedevano di poter giocare da noi perché sapevano che si trattava di un’isola felice sotto tutti i punti di vista. Certo, se un giocatore pensa di approdare in grosse squadre militando nel Valleggia ovviamente sbaglia, ma noi siamo fatti così.»

Per concludere, Alberto: che cosa continua a rappresentare il calcio per te?                                                                                                        

«Sicuramente un aspetto importante della mia vita, in particolare di bambino e adolescente, sotto tutti i punti di vista: quello sportivo, quello della polemica al bar, quello del Fantacalcio con i ragazzi del Valleggia. E soprattutto è uno sport che mi ha sempre affascinato.»

Atleti, dirigenti, tifosi il Valleggia non è solo calcio, ma un sentimento, meglio: “Un’idea”…

E quali sono le sfaccettature calcistiche che ti appassionano di più?

«Mi appassionano gli aneddoti e i racconti alla Federico Buffa, quelli che hanno per protagonisti personaggi che hanno conferito poesia al calcio come Gianfranco Zigoni ed Ezio Vendrame. Ma anche le storie legate agli idoli locali: per dire, il mio carissimo amico Mattia ha appeso alle pareti del Caffè Millà, il suo bar in piazza Caduti Partigiani, le foto storiche del Valleggia e dei vecchi giocatori del Quiliano come Massimo Becco e Franco Davi, ma anche le magliette storiche del Valleggia e del Quiliano. In effetti, essendo chiuso da ormai molto tempo il Club Sportivi Quilianesi che tutto il paese chiamava comunemente “Lo Sport”, manca un centro di questo tipo che funga un po’ da memoria storica. Tornando a me, ripeto, quella per il calcio è una passione che mi porto dietro ancora adesso, seppure non sia più assidua come in passato: se ai tempi dell’università, il sabato e la domenica non mi perdevo Ipswich-Leicester di Premier League oggi è già molto se riesco a seguire le partite della mia Juventus. Non è soltanto una questione di tempo, ma anche di altre priorità.»

E, probabilmente, di un’ottica differente attraverso la quale vederlo…

«Per me, oggi, il calcio ha un’importanza specialmente a livello aggregativo e mi fa piacere utilizzarlo anche per ricordare, attraverso tornei e memorial, persone che per questo sport hanno dato l’anima e profuso impegno: da qualche anno si svolge la sfida tra vecchie glorie di Quiliano e Valleggia alla quale, data l’età, prendiamo parte anch’io e i miei ex compagni. Insomma, si tratta di una passione che va al di là degli aspetti puramente tecnici e che, grazie soprattutto al Valleggia, ha rappresentato un’esperienza fondamentale riguardo al mio percorso di vita e al modo di intendere la vita stessa. Io non sono un giocatore estroso, ma il mio metodo di approccio alle partite quando sono in campo è quello di combattere e dare tutto fino all’ultimo: se prendo un calcio mi rialzo senza lamentarmi. Che è poi una metafora di come sono nella vita: poche lamentele, impegno, capacità di mettersi in discussione e voglia di fare sempre qualcosa in più. E soprattutto, riconoscere i propri limiti: forse oggi accade un po’ meno, ma ai tempi in cui giocavo attivamente a livello agonistico vedevo ragazzi che si atteggiavano come Cristiano Ronaldo in Seconda Categoria. Ecco un’altra cosa che bisogna fare: sapersi prendere poco sul serio.»

 

 

 

 

 

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