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Il rotolo di Treponti nell’incontro tra le associazioni Storia Patria e Aemilia Scauri a san Pietro in Carpignano martedì 21

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Come è nato e si è realizzato il progetto “Murales resistenti” del Comune di Quiliano, Quilianonline.it e gli studenti della 4^D e 5^D dell’Istituto Ferraris-Pancaldo di Savona per ricordare il 77° anniversario della Liberazione. Tutte le fasi del lavoro: dalla progettazione all’affissione.

https://www.quilianonline.it/cultura/un-25-aprile-giovane/

 

Anche quest’anno il 25 aprile, verrà ricordato a Quiliano e nelle sue frazioni. Le celebrazioni per 77° anniversario della Liberazione si articoleranno su più giornate e vedranno la partecipazione di molti giovani proseguendo nella linea già avviata lo scorso di anno di avvicinare, a un tema tradizionale e fondamentale come quello della lotta al fascismo, le nuove generazioni. Le iniziative, promosse dal Comune, hanno visto l’adesione delle sezioni quilianesi dell’Anpi e del progetto “Percorsi che resistono” di Quilianonline.it.

Le celebrazioni hanno avuto già nei mesi scorsi il coinvolgimento degli studenti dei corsi di grafica dell’Istituto tecnico Pancaldo-Ferraris di Savona con lo studio, la progettazione e la realizzazione di giganteschi manifesti con tema la lotta di liberazione. Questi manifesti, verranno affissi sia nell’istituto di Ferraris-Pancaldo sia su alcuni degli edifici comunali di Quiliano e delle sue frazioni. L’intento è quello di offrire un linguaggio moderno, adatto ai giovani e alle nuove generazioni su un tema importante e fondamentale come quello di tramandare i valori della Resistenza e dall’antifascismo.

Lo scorso anno su progetto di Quilianonline.it era stato attuato “Percorsi che resistono” che aveva visto la partecipazione dei ragazzi dell’Istituto tecnico. Quest’anno la collaborazione è partita già in autunno e in questi mesi sono sta realizzati disegni, schemi e un piano dell’opera che verrà affissa da martedì 19 per essere visibile nei giorni successivi.

Il progetto “Percorsi che resistono” consiste nella visione delle storie dei protagonisti della Resistenza che danno il nome a strade e luoghi di Quiliano. Tramite i video realizzati si può conoscere la loro vita, la loro fine, le loro scelte. Utilizzando i codici QR si può avere la possibilità di ottenere queste informazioni direttamente sul posto. Un libro, inoltre, raccoglie tutte queste storie.

Il progetto era stato arricchito da una serie di manifesti grafici realizzati dagli studenti dell’Istituto Ferraris Pancaldo di Savona, indirizzo grafica e comunicazione.

Anche quest’anno, a conferma della collaborazione tra il Comune di Quiliano e l’Istituto Ferraris Pancaldo i ragazzi della 4D e della 5D hanno lavorato ad un progetto “titanico”, una mostra a cielo aperto con manifesti murali di grandi dimensioni affissi sulle pareti di edifici del territorio di Quiliano e dello stesso Istituto Pancaldo Ferraris.

I ragazzi, guidati dai docenti Marta Delfino e Gianpaolo Parodi, hanno lavorato prima in modo analogico sulle fotografie storiche fornite dal comune di Quiliano, poi le hanno digitalizzate e hanno proseguito con il processo creativo, che si è trasformato in un vero e proprio atto di amore e di cura verso volti e figure che hanno fatto la nostra storia della Resistenza.

Da oggi 19 aprile è iniziata all’Istituto Pancaldo -Ferraris e nei luoghi scelti dall’amministrazione comunale  a Quiliano e nella frazioni, l’affissione delle gigantografie che costruiscono il messaggio sulla Resistenza. Una scelta grafica legata ai giovani per dare il senso della continuità nel ricordo della Liberazione.

L’intento è quello di offrire un linguaggio moderno, adatto ai giovani e alle nuove generazioni su un tema importante e fondamentale come quello di tramandare i valori della Resistenza e dall’antifascismo. L’attività svolta dai ragazzi dell’istituto tecnico savonese ha inizio già dallo scorso anno quando la scuola ha aderito al progetto di Quilianonline.it  “Percorsi che resistono” . Le classi hanno lavorato prima in modo analogico sulle fotografie storiche fornite dal comune di Quiliano, poi le hanno digitalizzate e hanno proseguito con il processo creativo, che si è trasformato in un vero e proprio atto di amore e di cura verso volti e figure che hanno fatto la nostra storia della Resistenza.

“Abbiamo accolto con entusiasmo l’iniziativa di “Percorsi che Resistono” – ha dichiarato il dirigente scolastico Alessandro Gozzi – per il secondo anno di fila, perché crediamo fortemente nel valore della Memoria. I nostri ragazzi hanno lavorato con entusiasmo proponendo ed elaborando manifesti giganti dando vita ad una vera e propria mostra a cielo aperto”.

Il progetto “Percorsi che resistono” consiste nella visione delle storie dei protagonisti della Resistenza che danno il nome a strade e luoghi di Quiliano. Utilizzando i codici QR si può avere la possibilità di ottenere queste informazioni direttamente sul posto e poter guardare i video realizzati, conoscere la vita dei protagonisti, la loro fine, le loro scelte. Un libro, inoltre, raccoglie tutte queste vicende. 

Le affissioni delle gigantografie che costruiscono il messaggio sulla Resistenza hanno, pertanto, lo scopo di  dare il senso della continuità nel ricordo della Liberazione.

Ecco il calendario completo

Programma:

– VENERDÌ 22 APRILE – ore 10.00

Teatro Nuovo a Valleggia

Spettacolo “Scuole resistenti – costruttori di pace”

a cura dell’Istituto Comprensivo di Quiliano.

Uno spettacolo degli studenti per gli studenti e

per gli altri  le riprese da Quilianonline.

– SABATO 23 APRILE – ore 8.00

Sezione ANPI Quiliano organizza

CAMMINI RESISTENTI

alla riscoperta dei sentieri partigiani

Percorso ad anello di 4 ore dal Teccio del Tersè

Ritrovo ore 8.30 da via Cavassuti a Roviasca

Pranzo al sacco

Per informazioni cell 348 601 3235

– DOMENICA 24 APRILE – ore 16.00

Presentazione Progetto

“Murales Resistenti” mostra a cielo aperto

Cadibona presso Cadifugio

Rinfresco a cura della Proloco di Cadibona

77° anniversario della liberazione Città di Quiliano

Sezioni del Quilianese

– ore 20.30 – Fiaccolata

Partenza da Piazza Caduti Partigiani

Arrivo sede Istituto Comprensivo di Quiliano, via Valleggia Superiore

Saluti ufficiali sez Anpi del Quilianese,

Saluto del Sindaco Nicola Isetta,

Intervento di Bruno Marengo Anpi Provinciale

A seguire intervento musicale

Klezmer Bridge Trio

Paola Esposito: mandolino

Marco Pizzorno: chitarra

Riccardo Mitidieri: fisarmonica

Brani della resistenza e della tradizione klezmer

LUNEDÌ 25 APRILE

– ore 9.00 – Cerimonia di commemorazione dei caduti Cairoli, Marcenaro e Rocca presso il cippo (dietro cimitero di Quiliano)

– ore 10.30 – Messa a Roviasca

A seguire aperitivo offerto dal Circolo ACLI

– ore 13.00 – Pranzo garibaldino

Presso la SMS Montagna

Prenotazioni al numero 019 8878407

– ore 16.00 – Cerimonia di inaugurazione “Murales Resistenti” mostra a cielo aperto

Piazza Costituzione presso sede Biblioteca

Elaborati fotografici e grafici realizzati dagli studenti

dell’Istituto Ferraris Pancaldo di Savona.

Sindaco della Città di Quiliano Nicola Isetta e ragazzi e ragazze del CCR

– ore 16.30 – Visita tour

“Murales Resistenti” mostra a cielo aperto

Partenza da Piazza Costituzione, ognuno con i propri mezzi.

 

Alcune ricerche bussano prepotentemente alla porta.

Con  una frase scritta in fondo alla pagina di un manoscritto: “Marco Tessitore, deportato, deceduto si ignora la sorte”, inizia una ricerca durata un paio d’anni.

CLAUDIA AVOGADRO

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Lo scorso 25 ottobre 2021 è ricorso il primo Centenario dell’esplosione del Forte Sant’Elena, passata tristemente alla storia come “Il disastro del forte Sant’Elena”.

CHRISTIAN ALPINO

Il boato dell’esplosione fu sentito   a Genova e a Montezemolo (in provincia di Cuneo), nella piana di Albenga ed in tutta la Val Bormida. Sulla spiaggia sottostante fu ritrovata la pesante piattaforma di un obice da 280 GRC\ReT del forte. La cupola corazzata del telemetro fu scagliata invece in una strada a Bergeggi. Sia la Chiesa Parrocchiale sia l’Oratorio di Bergeggi ebbero il tetto sfondato, ed il pavimento della Chiesa sprofondò. Praticamente tutte le case di Bergeggi furono scoperchiate del tetto. L’onda d’urto dell’esplosione mandò in frantumi tutti i vetri delle finestre di Bergeggi, Vado Ligure e Quiliano.

Furono rinvenute le carcasse di diversi animali domestici, morti a causa della pioggia di detriti, tra cui una mucca col suo vitellino (ritrovato in cima ad un albero), oppure a causa dello spavento, come ad esempio molte galline a Quiliano. L’esplosione portò sconquasso nei locali della Cooperativa Agricola di Valleggia: fu quindi necessario rimettere ordine alle merci custodite al suo interno.  L’esplosione provocò un cratere di 15mila metri cubi, lì dove si trovava il forte Sant’Elena, modificando per sempre la forma della collina. Per tutta la notte, sul posto accorsero soccorritori: militari, carabinieri (tra cui quelli di Noli) , pompieri, pubbliche assistenze, guardie regie e di Finanza, semplici volontari. Il mattino dopo, si presentò una desolata visione di morte e distruzione: la verde collina coltivata ad ulivi era bruciata e brulla, annerita dalla cenere, le case devastate, molti i morti e le carcasse di animali.

LA CAUSE DELL’INCENDIO

Il forte Sant’Elena di Bergeggi, edificato attorno al 1887, era una batteria da difesa costiera, armata con 6 obici da 280 GRC\RET (la sigla significa: 280 millimetri di calibro, e che la canna era in Ghisa Rigata e Cerchiata, e che il pezzo d’artiglieria era a RETrocarica). Questo forte doveva difendere il tratto di mare compreso tra Vado Ligure, Bergeggi, Spotorno e Noli, ed incrociava il fuoco delle sue artiglierie con quello delle batterie costiere di Capo Vado a Vado Ligure, Nostra Signora del Monte a Legino, ed infine Nostra Signora degli Angeli a Savona.

Una forte siccità aveva colpito Bergeggi e zone limitrofe durante i sei mesi precedenti l’esplosione. Aiutati da questa siccità, diversi incendi scoppiarono nel savonese: stranamente tutti nei pressi e nelle vicinanze delle fortificazioni savonesi (Madonna del Monte, Madonna degli Angeli, Ciuto). La popolazione era preoccupata poiché le fortificazioni (tutte di fine ottocento) dal 1913 circa erano utilizzate come depositi di munizioni ed esplosivi militari, perciò il rischio di una tragedia era elevatissimo. Le autorità civili chiesero infatti all’Esercito di evacuare le munizioni. Gli stessi militari di stanza al Forte Sant’Elena, artiglieri del 26° Reggimento Artiglieria da Costa, segnalarono più volte la pericolosità del deposito, già strabordante di esplosivi. Nonostante ciò l’autorità militare di Roma continuava ad inviare sul posto enormi quantitativi di munizioni ed esplosivi vari.

Una volta completamente stipata la polveriera del forte Sant’Elena, sita ad 11 metri sottoterra, e tutti i locali originariamente destinati a magazzini e casermaggio, fu completamente riempita anche la Batteria di San Sebastiano (conosciuta come Batteria di Capo Vado). Poiché tutto ciò non bastava ad accogliere tutte le polveri e gli esplosivi inviati in maniera continuativa, all’interno del forte Sant’Elena, e più precisamente tutt’attorno al piazzale principale del forte, furono qui installate ben dieci baracche di legno e rivestite di stuoie di legno incatramato: in nove di esse fu depositato materiale esplodente, nello specifico polveri nitro-composte quali balistite, acido picrico e tritolo. La decima baracca era adibita a posto di sorveglianza del deposito: qui perciò stazionava la sentinella.

UNA SERIE INQUIETANTE DI ROGHI

Riguardo i suddetti incendi, essi divampavano con una inquietante cadenza di circa 15 giorni l’uno dall’altro. Don Tommaso Vigo,  parroco di Bergeggi, nei sei mesi precedenti l’esplosione ne contò almeno cinque. Basti ricordare i due incendi più gravi e pericolosi: quello dell’agosto 1920 e quello del 2 ottobre 1921, ventitré giorni prima della sciagura,  improvvisamente manifestatosi tra la stazione ferroviaria di Bergeggi e la cava, e che arrivò a pochi metri dalle mura della Batteria di San Sebastiano, vicinissima al forte Sant’Elena.

Uno di questi incendi bruciava da alcuni giorno i boschi sul versante di Vado Ligure, ma fu a più riprese domato dalla popolazione.

Attorno alle ore 18.50 del 25 ottobre 1921, quest’incendio incendiò i boschi alla base del Monte Sant’Elena, dirigendosi verso la cima del monte.

A causa del vento molto forte, attorno alle ore 20.00 le fiamme dell’incendio assunsero dimensioni catastrofiche, raggiungendo Bergeggi ed avvicinandosi pericolosamente al Forte Sant’Elena.  Don Tommaso Vigo, parroco di Bergeggi, suonò le campane a martello e tutti gli uomini validi di Bergeggi diedero una mano nel cercare di allontanare le fiamme dalle abitazioni. Molti degli uomini validi si diressero verso il forte al fine di aiutare i 7 militari in servizio, comandati dal maresciallo Pietro Baldini, ad allontanare le fiamme dal forte stesso.

LE ORE DEL DRAMMA

Il Comando Stazione Carabinieri di Vado Ligure, resosi immediatamente conto del grave ed imminente pericolo, telefonarono subito al Comando di Presidio Militare di Savona, richiedendo urgentemente l’invio a Bergeggi di uomini e mezzi: per ben due volte ricevettero risposta negativa. Telefonarono inoltre ai Civici Pompieri di Savona: ad un primo rifiuto imposero di intervenire, perciò i pompieri disposero l’invio di un’autopompa.

Nel frattempo, alcuni carabinieri furono inviati in supporto al Forte Sant’Elena, mentre circa 15 carabinieri, guidati da due persone del posto, furono inviati in soccorso alla Batteria di San Sebastiano (la Batteria “di Capo Vado”) con il compito di fermare l’avanzata dell’incendio in quel punto e scongiurare il pericolo di una esplosione che sarebbe stata devastante per Vado Ligure (questo forte è infatti sul versante vadese del monte Sant’Elena). Inoltre un carabiniere fu inviato allo Stabilimento delle Ferrotaie di Vado Ligure, ove 100 dipendenti erano qui in servizio di pubblica sicurezza, al fine di mobilitarli allo spegnimento dell’incendio: da essi fu risposto che senza ordini superiori non potevano abbandonare il loro posto.

Intanto alle ore 21 il fuoco aveva già completamente invaso il forte Sant’Elena: le dieci baracche di legno contenenti le polveri nitrocomposte ardevano completamente, ed il bagliore luminoso sprigionatosi pare che si vedesse fino a 100 km di distanza.

Verso le 21.30 il maresciallo Pietro Baldini, comandante del Forte Sant’Elena, constatando che la tragedia fosse ormai imminente, ordinò ai suoi militari di fuggire. Scappando, i militari diedero l’allarme in paese a Bergeggi. Molti abitanti quindi fuggirono verso Vado Ligure e Spotorno. Solo verso le 21.45 da Savona giunse sul posto un drappello di 25 militari, comandati da un caporal maggiore: non riuscirono però ad arrivare al forte perché questo esplose e molti di loro rimasero feriti.

Alle ore 21.56, la tragedia. Per sei lunghi minuti fu l’inferno. Tutti videro una luminosissima fiammata seguita da un boato fortissimo. Il parroco don Vigo ed un’abitante di Bergeggi dissero di aver sentito due boati, mentre in un articolo di giornale dell’epoca si legge  che “un immenso boato sorse dalle viscere della terra”.

Venne improvvisamente buio e la pioggia di detriti di quello che fu il forte Sant’Elena durò per ben venti minuti. Secondo la versione ufficiale esplosero due baraccamenti in pietra al centro del piazzale del forte, contenenti circa 18 tonnellate di polveri, principalmente dinamite. Don Tommaso Vigo,  seppur ferito, coordinò i soccorsi: chiese ai Carabinieri e ad un capitano dei Bersaglieri, giunto in soccorso con tutta la sua Compagnia, di presidiare le uniche tre case rimaste quasi in piedi per evitare sciacallaggi; indirizzò i militari ed i soccorritori; scavò lui stesso a mani nude per estrarre vivi i feriti seppelliti dalle macerie e per consolare i morenti. Solamente quando fu sicuro che tutti i superstiti fossero stati estratti vivi dalle macerie, ovvero il mattino seguente, si fece portare all’ospedale di Savona per farsi medicare.

I DATI DI UNA TRAGEDIA

A Bergeggi morirono 20 persone: 18 civili, quasi tutti di Bergeggi,  tra cui l’ avvocato Millelire ed il dottor De Negri, ed un forestiero unica vittima non identificata. Esempio di estremo attaccamento al proprio dovere, fu quello del maresciallo Pietro Baldini, comandante del Forte Sant’Elena, il quale scelse di rimanere al proprio posto nonostante l’imminente e devastante pericolo, e fu infatti una delle prime vittime. Di tutti gli altri  artiglieri che prestavano servizio al Forte, si è persa ogni traccia. 350 furono i feriti, la maggior parte a Bergeggi, di cui almeno 120 gravissimi. 2 guardie daziarie rimasero ferite a Zinola, a ben 7 km di distanza, ed una contadina morì a Spotorno. Della famiglia Picasso, si salvò solo il padre e marito, il quale pianse la moglie Cattarina, di soli 32 anni, ed i figli Simone di 9 anni, Francesco di 2 anni, e Giobatta, di soli 5 mesi (la vittima più giovane). La famiglia Rovere invece ebbe 3 morti. La vittima più anziana aveva 82 anni. Era Maddalena Ferrari, la quale morì assieme ai suoi familiari: Linda, 20 anni, e Pasquale, 52 anni.

Numerose furono le sottoscrizioni popolari per la ricostruzione di Bergeggi. Il Comune di Genova stanziò la cifra di 50000 lire mentre il Comune di Quiliano 2000 lire.  Il Governo invece stanziò un milione di lire. I fondi economici però arrivarono a Bergeggi solo dopo l’esplosione del Forte Falconara a La Spezia, avvenuta il 28 settembre 1922, che provocò ben 144 vittime e la distruzione di Lerici, San Terenzo e paesi limitrofi.

L’associazione di Volontariato Storico Sociale Culturale “L’Izua” di Bergeggi e l’autore, con il patrocinio del Comune di Bergeggi, sabato 23 ottobre 2021 hanno organizzato una passeggiata commemorativa a Bergeggi, sui luoghi del disastro.

BIBLIOGRAFIA

  1. Christian Alpino, Il forte Sant’Elena di Bergeggi, pubblicato con il contributo de L’Izua, Associazione di Volontariato Storico Sociale Culturale Bergeggina, 2021
  2. Comitato d’azione pro risarcimento ai danneggiati di Bergeggi, Noli, Spotorno, Vado Ligure, La responsabilità governativa nello scoppio del Forte Sant’Elena, 25 ottobre 1921. Memoriale a cura del Comitato d’Azione, tipografia V. Paggi, Vado Ligure, 1922
  3. Aa.VV., La notte di Bergeggi, 1991
  4. Minola M., Ronco B., Castelli e fortezze di Liguria. Un affascinante viaggio tra storia e architettura, Edizioni Servizi Editoriali, Genova, 2006.
  5. Ferretti A., Bergeggi nel cuore, Marco Sabatelli Editore, Savona, 2013, pp. 88-93
  6. Com’è crollato il villaggio di Bergeggi, La Stampa, 27 ottobre 1921.
Militari del 42° reggimento di fanteria a Bergeggi per la ricostruzione
Il luogo do dove sorgeva il forte
Panorama di Bergeggi dal luogo dell’esplosione
Chiesa di Bergeggi dopo l’esplosione del Forte
Panorama di Bergeggi dopo l’esplosione
La casa del dottor Bartolomeo De Negri distrutta dopo l’esplosione
La targa ricordo delle vittime
Un momento della rievocazione di ottobre 2021

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Nell’anno in cui la pandemia ha ucciso soprattutto gli anziani, Oliviero Pluviano, 69 anni , giornalista genovese trapiantato in Sudamerica da anni, rende omaggio ai nonni pubblicando un libro con le preziose testimonianze di 50 italobrasiliani , avanti con gli anni, in alcuni casi deceduti da pochissimo, le cui storie raccontano, con la forza dei ricordi diretti o delle memorie tramandate di generazione in generazione, avventure e disavventure degli emigranti che tra le due guerre mondiali, soprattutto dopo la Seconda, andarono in Brasile a cercare fortuna.

DANIELA ALTIMANI

Erano giovani uomini e donne che poi hanno messo radici nello stato e nella città di San Paolo e, grazie al loro “saper fare bene”, hanno dato un grande contributo alla terra che li ha accolti. Non si trattava solo di poveri contadini analfabeti e affamati, quali erano quasi tutti gli emigranti italiani di fine ’800 provenienti dalle aree depresse del Nord e del Sud Italia, tra loro si contavano tecnici, artigiani, ingegneri, artisti, oggi li definiremmo emigranti qualificati, spesso poveri di mezzi a causa della guerra appena finita ma ricchi di quella speciale qualità italiana che Renzo Piano definisce “capacità innata di scoprire i lati meno evidenti delle cose” .

Il libro di Pluviano, 360 pagine, edito a San Paolo del Brasile, è accompagnato da 570 foto , selezionate e riprodotte dall’autore. Il volume è complementare (ne costituisce il catalogo) alla mostra omonima allestita al Museo dell’Immigrazione di San Paolo. Doveva essere inaugurata il 21 marzo, è scattato il lockdown che ne ha impedito una piena fruizione e sarà trasferita a Ribeirao Preto . Ci sono gia contatti con il Museo delle migrazioni della Commenda di Prè a Genova, dove avrebbe una collocazione “naturale”. Sia la mostra sia il libro sono pubblicati in portoghese ma Pluviano ha scritto i testi originali in italiano tradotti da Elena Salvi .

Mostra e libro fanno parte di un progetto più ampio, iniziato nel 2013 e denominato “100 nonni” . Quando la pandemia finirà, Pluviano insieme al videomaker brasiliano, Carlos Gomes, terminerà di registrare le testimonianze di cento italobrasiliani sparsi nell’intero territorio brasiliano, un progetto sostenuto fin dall’inizio dalla Fiat sudamericana e dalla Bauducco, azienda leader nella produzione mondiale di panettoni , fondata a San Paolo dall’immigrato piemontese Luigi Bauducco .

Il volume racconta storie di successo ma anche di rapidi declini e di normale, quotidiana fatica, per conquistare una vita dignitosa. “ Gli italiani – chiarisce Pluviano – , compresi quelli di seconda, terza, e successive generazioni, residenti nell’area metropolitana di San Paolo sono circa 6 milioni, 14 milioni in tutto lo Stato. Diciamo che ho scelto personalità rappresentative ma non necessariamente sempre vincenti. Ad alcuni di loro o ai loro discendenti negli ultimi anni non è andata benissimo, un po’ come succede in Italia e nel resto del mondo”. Le trasformazioni dell’economia globale e le turbolenze politiche del Brasile hanno causato il tramonto di alcune storiche imprese, create dal nulla e avviate da italiani arrivati dopo la Seconda guerra mondiale. Altre si sono consolidate e ampliate enormemente come quella di Luigi Bauducco, morto da pochi mesi e al quale il libro è dedicato. In Brasile il cognome Bauducco da tempo è sinonimo di industria dolciaria, 70 milioni di panettoni prodotti e venduti ogni anno.

La vita di Marino Romanello, di Campoformido, vicino a Udine, meriterebbe da sola un libro, tante sono le avventure che ha affrontato. Sopravvissuto alla campagna di Russia ( dopo la terribile ritirata dal Don), è stato partigiano, e poi nel ’49 , quando aveva già moglie e figlia ma non più il lavoro di tecnico delle linee telefoniche ferroviarie istriane, si è imbarcato per il Brasile per raggiungere uno zio commerciante di caffè e costruttore di chiese. Nella sua incredibile vita, che si è conclusa nel 2019, Romanello è stato imprenditore di condensatori per radio, di radar, di bisturi elettronici, ha commerciato con tutto il mondo , ha partecipato alla progettazione della prima tv del Brasile . Di sé diceva “io sono cresciuto insieme all’industria brasiliana”. Non si è mai arricchito , un socio giapponese – raccontava – gli aveva portato via tutti i brevetti . Ma non se ne rammaricava più di tanto. .. “Dei soldi non mi è mai importato ”.

Romanello era innamorato del proprio lavoro. Come lo è ancora Mino Carta , considerato tra i più grandi giornalisti brasiliani. “E’ il fondatore di Quatro Rodas, Jornal da Tarde, Veja, Jornal da Republica, IstoÉ e Carta Capital – elenca Pluviano – ha scritto la storia recente di tutta la carta stampata in Brasile. È anche un affermato artista, dipinge, scrive libri , ha sempre praticato un serio giornalismo investigativo, sfidando la dittatura militare e i governi che le sono succeduti”. Mino Carta è nato a Genova nel 1933, figlio di Giannino che fu redattore capo del Secolo XIX. Da bambino ha studiato dalle suore Marcelline in Albaro, quando aveva 12 anni la sua famiglia si è trasferita in Brasile.

Maria Bonomi proviene da una facoltosa famiglia lombarda. E’ nata nel 1935 a Meina sul lago Maggiore in una villa di 56 stanze che nel ’43 diventò il quartiere generale degli occupanti nazisti. Fu a causa di quell’”esproprio” che i Bonomi, prima di approdare in Brasile, scapparono in Svizzera. “Cominciò da lì – scrive Pluviano – una fantastica carriera di disegnatrice, grafica, incisora , che l’ha portata a collaborare con Lazar Segall, Iolanda Mohalyi, Livio Abramo, alla Columbia University e in Italia con Emilio Vedova e Enrico Prampolini alla Biennale di Venezia. In Brasile ha realizzato capolavori di arte pubblica. La sua prima personale a New York, nel 1959, fu vista da un entusiasta Salvador Dalí…”.

Se Maria Bonomi ha una fama che supera i confini del Brasile, Natalina Berto, una veneta brusca e tenace, è famosa soprattutto nelle favelas dove ha combattuto e lavorato duramente per migliorare le condizioni di vita dei più poveri.

Quando il Covid lo permetterà , Pluviano completerà la sua ricerca sui 100 nonni italobrasiliani con un’idea ancora più ambiziosa: andare in Amazzonia a raccogliere le testimonianze degli indios anziani prima che il virus e la deforestazione cancellino per sempre il loro patrimonio di cultura e sapienza.

C’è un battello che lo aspetta, il Gaia, la vecchia barca fluviale riadattata con la quale il giornalista genovese in questo terribile periodo è riuscito, grazie alla solidarietà di amici italiani e brasiliani, e alla partnership con il Progetto Saùde e Alegria, a far arrivare tonnellate di aiuti alimentari ai villaggi amazzonici, abbandonati dallo Stato brasiliano.

Questo testo ci è offerto da Donata Bonometti, titolare del blog “Pieni di giorni”.
Chi vuole può donare inviando un contributo sul conto italiano intestato : Associazione Giovanni Secco Suardo Iban IT03X0844173840000000900381, Causale: Gaia Covid Amazzonia.