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UN DELITTO IN CAMPAGNA

Tutto può aiutarci a indagare sul passato: un racconto, un quadro, la testimonianza di un anziano. Persino un articolo di giornale.Anche il racconto di un delitto, al di là della storia grave, nel resoconto crudo e dettagliato dei particolari può aiutarci a capire come era la vita quotidiana, come erano i rapporti fra le persone, […]

Tutto può aiutarci a indagare sul passato: un racconto, un quadro, la testimonianza di un anziano. Persino un articolo di giornale.Anche il racconto di un delitto, al di là della storia grave, nel resoconto crudo e dettagliato dei particolari può aiutarci a capire come era la vita quotidiana, come erano i rapporti fra le persone, come soprattutto si poteva vivere e, ahimè, come questo caso, morire. Non riportiamo questo fatto per un resoconto di cronaca, ma perché leggendo gli articoli che lo riguardano, si può riuscire a ricostruire il mosaico di situazioni, fatti e comportamenti che hanno caratterizzato una determinata situazione sociale, una comunità, un modo di vivere.

 

SABRINA ROSSI

 

 

Indagare sul nostro passato ci aiuta a capire meglio chi siamo, da dove veniamo e cosa siamo diventati nel corso dei secoli. Perché la storia non è fatta solo di guerre, personaggi e avvenimenti importanti, ma anche di persone comuni, episodi quotidiani, esperienze di vita di cui poco si parla e poco si conosce. E le nostre prime fonti dirette, le testimonianze che possiamo raccogliere, sono le persone più anziane, i nostri nonni che spesso e volentieri ci raccontano come una volta vivevano, la loro giovinezza, il loro passato. Era l’estate del 1937 quando Luisa Avellino, 24 anni, abitante nei pressi della frazione Tagliate, una domenica pomeriggio uscì per portare al pascolo alcune mucche e non fece più ritorno. Le mucche tornarono alla cascina da sole a tarda sera. Il fatto grave e drammatico, però, raccontato dai giornali dell’epoca ci consente di aprire una finestra sul passato per meglio capire come erano vita lavorativa, rapporti sociali, la vita di famiglia.

LA VITA? UNA CONTINUA LOTTA PER LA SOPRAVVIVENZA

Un’antica casa in pietra tipica delle zone rurali

All’inizio del secolo scorso, l’agricoltura, la silvicoltura e l’allevamento erano la principale occupazione e fonte di mantenimento per la maggior parte delle famiglie, soprattutto nelle zone rurali di Quiliano. Si viveva in cascine e in umili condizioni, si lavorava per molte ore e si lottava ogni giorno per la sopravvivenza. Una realtà molto dura che richiedeva impegno, sacrifici, fatica da parte di tutti i membri della famiglia. Le case erano povere, in pietra, composte da una cucina col camino e la stalla al piano terra, alcune stanze al piano superiore dove si dormiva, e in alcuni casi la cantina interrata. Non era presente l’elettricità, la luce era data da lampade a petrolio o candele di cera, che all’epoca erano molto costose, perciò si faceva attenzione a non consumare troppo. Il bagno non era all’interno della casa e, in caso di bisogno, si poteva scegliere fra un campo all’aria aperta o una piccola costruzione distaccata dall’abitazione con funzione di gabinetto. Anche il mobilio era povero: letti, cassapanche e qualche armadio nelle camere, mentre in cucina tavoli, sedie o panche, dispense per il cibo, camino e stufa. Dopotutto, la vita si svolgeva fuori, all’aria aperta a lavorare, e quando si era a casa si stava in cucina o nella stalla che erano i locali più caldi. Le camere da letto servivano solo per dormire.

Anche l’acqua non c’era, perciò si riempivano secchi e catini dalla sorgente più vicina. Si riempiva sempre un fiasco prima di pranzo per berla fresca e di solito questo era un compito che spettava ai bambini. Nei mesi invernali, una grande quantità di acqua veniva scaldata sulla stufa o sul camino, accesi dal mattino alla sera, per avere sempre acqua calda disponibile, mentre d’estate la si scaldava al sole.

 

DAI BAMBINI AGLI ANZIANI TUTTI COINVOLTI

La mattina ci si svegliava presto, all’alba, e si lavorava fino all’ultima luce del giorno. Si coltivava la terra e si viveva dei suoi frutti, si andava nei boschi per tagliare la legna e, per chi li possedeva, si allevavano animali. Generalmente capre, mucche, pecore che venivano accudite e portate al pascolo anche dalle donne. Insomma, tutti i membri di una famiglia lavoravano e contribuivano facendo la propria parte, anche donne, anziani e bambini. La gente di un tempo era unita da elementi comuni: la povertà, la paura, la gioia per le piccole cose quotidiane, la sopravvivenza. E questi aspetti creavano legami e gesti di solidarietà, amicizia. Amicizie che nascevano anche tra giovani, a volte potevano evolvere in amore, ma sempre durante la vita lavorativa perché, si sa, una volta non c’erano le possibilità e le usanze di oggi.

DAGLI ARCHIVI DE “LA STAMPA” RIAFFIORA UN DELITTO

A quei tempi, anche la criminalità non mancava e questo seminava paura anche nelle campagne. Un fatto tragico, rimasto nella memoria popolare, aveva sconvolto il Savonese. Dopo un’accurata ricerca di Diego Bertone nell’archivio delle pubblicazioni de “La Stampa” e pubblicata su “Il Quadrifoglio”, è tornata alla luce la storia dell’ “Orribile delitto presso Savona”. Era l’estate del 1937 quando Luisa Avellino, 24 anni, abitante nei pressi della frazione Tagliate, una domenica pomeriggio uscì per portare al pascolo alcune mucche e non fece più ritorno. Le mucche tornarono alla cascina da sole a tarda sera, allarmando i familiari che si misero subito alla sua ricerca. Il suo corpo venne poi ritrovato nella vicina località Pianasso (in dialetto Cianass) a Quiliano con ferite prodotte da una pietra. L’assassino, Giovanni Giuseppe Acciuga, 29 anni, di Mallare ma domiciliato a Vezzi Portio, aveva ucciso la giovane ragazza a colpi di pietra al capo per aver rifiutato il suo approccio. Dopo lunghe e difficili indagini, venne scoperto e arrestato il 12 luglio di quell’anno, nonostante i suoi tentativi di allontanare ogni sospetto. Nel resoconto giornalistico di quel delitto si possono ravvisare i rapporti solidali fra la famiglia e la comunità, la fragilità emotiva dell’assassino, la tristezza, la solitudine scatenanti la follia omicida.

Una storia drammatica ambientata nelle campagne ai confini di Quiliano che, ancora oggi, rimane impressa, per sentito dire, nel ricordo dei più anziani e che viene raccontata e tramandata con i suoi particolari. Storie che un tempo già accadevano, e che ancora oggi sono all’ordine del giorno. E anche queste storie venivano raccontate in famiglia, tra gli amici, davanti a un fuoco acceso, da cui ne uscivano orrore, paura, sofferenza. Perché fanno parte della nostra storia.

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