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ANTIFASCISMO E INTEGRITÀ

In occasione della Festa della Liberazione, a 80 anni dalla fine della Resistenza, il Comune di Quiliano ha voluto ricordare la famiglia Porcile con un riconoscimento a Giorgio il più piccolo della nidiata che diede tre figli alla Resistenza e un cugino ucciso. Nella sala del Comune, presentato dall’assessore Nadia Ottonello che ha coordinato e […]

In occasione della Festa della Liberazione, a 80 anni dalla fine della Resistenza, il Comune di Quiliano ha voluto ricordare la famiglia Porcile con un riconoscimento a Giorgio il più piccolo della nidiata che diede tre figli alla Resistenza e un cugino ucciso.

Nella sala del Comune, presentato dall’assessore Nadia Ottonello che ha coordinato e promosso l’iniziativa e festeggiato dal sindaco Nicola Isetta e dal vicesindaco Tiziana Bruzzone, Giorgio Porcile ha assistito alla proiezione della sua intervista che è stata realizzata da Quilianonline ed ha ricevuto una targa commemorativa che ricorda i valori e il contributo della sua famiglia.

LA STORIA

Una famiglia contadina. Padre, madre 12 figli, 8 maschi, 4 femmine. Una famiglia numerosa, come tante, nel lungo inverno della democrazia che gela l’Italia all’inizio della seconda guerra mondiale.

Giacomo Porcile, è un uomo tutto d’un pezzo, lavora come contadino al “terzo”, una pratica molto diffusa fra i braccianti di quel periodo e quello che ricava, con grande fatica da una terra avara, va quasi tutto al padrone. Come ricorda il figlio Giorgio “il cappone lo allevavamo noi, ma a Natale lo mangiava il padrone”. Una famiglia povera, ma dignitosa in cui i genitori hanno inculcato nei figli i concetti di libertà, rispetto e soprattutto il non cedere ai soprusi del fascismo. Ma anche un grande senso della dignità: non chiedere, non piegarsi, farsi rispettare.

Dei figli, tre aderiscono alla Resistenza, Angelo, nome di battaglia Gallinotti, Vincenzo, Maria, la staffetta partigiana Aliuska. Un cugino, Antonio, conosciuto con il nome di battaglia di Tappeto, ucciso durante la Liberazione. Una famiglia antifascista che in Maria, ha l’emblema più forte e significativo: a 17 anni entra nella clandestinità con il nome di Aliuska e alla fine della guerra viene insignita con la Croce al merito di guerra.

Un nucleo famigliare forte, coeso, granitico nella sua fede antifascista, che a distanza di anni, viene ricordato da Giorgio con significative e toccanti parole. Lui è un bimbo all’epoca, nato nel 1942, è l’ultimo della nidiata, vive la guerra di riflesso, sulle ginocchia dei fratelli, nel grande camino in cui alla sera ci si riscalda, ascoltando i discorsi dei grandi e l’insegnamento dei genitori. La sua gioventù è quella di un figlio della guerra, con la casa, che con la cacciata dei fascisti, diventa luogo di incontro dei partigiani, crocevia di personaggi che hanno contribuito alla Liberazione e che nelle discussioni con la sua famiglia trovano gli argomenti ideali che erano stati il motore della Resistenza. Si respira un’aria diversa in quel periodo: non più le ansie per i fratelli nella clandestinità, per la madre che risale la collina per portare medicine, cibo, vestiti a quelli, che poco distante, hanno dato vita, al teccio del Terzé, alla prima comunità resistente.

La guerra è finita, ma il mondo non è diventato migliore e non è diverso da prima.

I poveri sono sempre poveri, i ricchi sono ancora più ricchi, ma adesso, almeno c’è la possibilità del riscatto, una rivalsa che, secondo Giorgio, arriverà però solo dopo un salto generazionale, ai giorni nostri.

Nel racconto di Giorgio, ultimo testimone, di un periodo storico cruciale, ci sono tutte le aspettative che si vivevano in casa, da una parte il rigore morale imposto dal padre, persona integerrima che predica e realizza una integrità totale e dall’altra parte un sistema di vita che impone di realizzarsi solo con le proprie forze, senza l’aiuto di nessuno, senza nessun compromesso e aiuto. Ideali socialisti, antifascisti, hanno sempre guardato in casa propria senza andare, e la fame ha bussato sistematicamente alla loro porta, a chiedere aiuto e sostegno a nessuno. “Noi facciamo il nostro – Giorgio ricorda l’insegnamento del padre- e gli altri fanno il loro. Non chiediamo niente a nessuno perché se oggi, che la guerra è finita e vengono in casa nostra, è perché ci stimano e ci rispettano, se dovessimo chiedere qualcosa, non verrebbero più da noi, e saremmo come tutti gli altri. I miei fratelli – spiega Giorgio – rientrati dalla Resistenza, poiché qui non c’era lavoro, andarono in Francia a fare i cottimisti. Un lavoro bestiale. Senza orario e rispetto. Ma non siamo mai andati a chiedere qualcosa anche a chi era dalla nostra parte, in un periodo in cui forse, l’antica comunanza di ideali, avrebbe potuto aprire molte porte. Quando uno dei miei fratelli emigrati ha avuto bisogno dell’aiuto di qualcuno perché stava male, è stata la famiglia che è intervenuta: io a 18 anni sono andato a lavorare, senza chiedere niente a nessuno. E quando mi hanno assunto, 12 ore al giorno, avevano chiesto che tipo fossi: “È a posto, gli hanno risposto, “rosso”, ma a posto”. E sono rimasto a lavorare lì per 40 anni, fino alla pensione. Mangiavo il secondo, che era una fetta di frittata, in sella alla bicicletta, mentre tornavo al lavoro. Non ho potuto studiare, trovarmi una posizione, ci sono invece riusciti i miei figli. E questo è merito della volontà e della determinazione. Ma i miei figli hanno studiato e sono riusciti in quel riscatto che è mancato alla mia generazione”.

Giorgio Porcile ha respirato l’aria di casa, fatta di senso del dovere e di intransigenza verso i compromessi, la stessa aria che ha respirato Maria.

Maria Porcile è nata a Quiliano il 15 agosto 1926 è la terzogenita, prima femmina. Ha frequentato la seconda elementare, poi come molti nelle sue condizioni, lascia la scuola per aiutare i genitori nella gestione della casa e dei campi: la sua non è stata un’infanzia facile, ma sicuramente serena. Affronta ogni lavoro dalla raccolta della legna per riscaldarsi, ai campi, alle faccende di casa, con serenità e buon animo. Appena cresciuta, ma poco più che adolescente, Maria va a lavorare in alcuni stabilimenti della zona industriale di Vado Ligure e Savona, come la “Litto Latta”, dove si mette in contatto con chi iniziava a lottare per la libertà e la democrazia e diffondendo queste idee tra compagni e compagne di lavoro, dimostra di possedere capacità dialettiche efficaci. Distribuisce volantini non facendo mistero di quelli che sono i suoi ideali e ben presto finisce nel mirino delle autorità fasciste che, considerandola sovversiva, la inviano a un “campo di lavoro”. “Mia madre – ricorda Giorgio- chiese a un esponente di rilievo della società borghese fascista della zona se non poteva fare nulla: era una ragazzina. E lui le rispose che forse a mia sorella qualche mese di Germania avrebbe fatto bene”.

Messa su un treno insieme ad altre persone, sembrava che il suo destino fosse ormai segnato.

In una stazione della Lombardia, a causa di una incursione aerea, il treno viene fermato e tutte le persone fatte scendere. Maria riesce a fuggire, si nasconde. Aiutata – non si è mai saputo da chi – è mandata a Noale, nel Veneto, presso una famiglia dove inizia a lavorare come domestica. Ha 17 anni. Anche a Noale ha modo di mettersi in contatto con gruppi antifascisti, ma dopo alcuni mesi decide di ritornare a casa, conscia che l’unica strada percorribile è quella della clandestinità.

Il 17 ottobre 1944  entra a far parte, come volontaria, del “distaccamento Calcagno”, rimanendovi sino alla Liberazione  e  assumendo il  nome di battaglia di Aliuska.

Nella resistenza Maria Porcile svolge attività di staffetta, reperimento viveri e sensibilizzazione presso le popolazioni dell’entroterra partecipando anche a molte operazioni rischiose.

Immaginiamo quali potessero essere le difficoltà delle donne partigiane: gli accampamenti erano all’aperto nei boschi ma, dai racconti che Maria faceva, si sa che gli abitanti di località come Vezzi o Montagna o altre ancora aiutavano offrendo cambi di biancheria, cibo e assistenza.

Durante questo periodo, Maria è vittima di un forte attacco di appendicite. I compagni di lotta, con tutti i rischi che si possono immaginare, la portano in ospedale a Savona, dove viene operata e assistita da medici e infermieri fidati e poco dopo dimessa. Al ritorno al suo accampamento viene colta da forti febbri. I suoi compagni grazie a conoscenze nell’ambiente medico reperiscono i farmaci adatti e riescono a curarla con iniezioni di penicillina, allora molto difficile da reperire. Ristabilita, Maria continua, con la consueta passione, l’impegno che si era assunta.

Maria -Aliuska– era una pasionaria, una donna fiera, determinata e incrollabile. Anche dopo la sua esperienza nella Resistenza si è sempre battuta affinché ciò in cui credeva venisse diffuso, difeso e rispettato.

In riconoscimento dei sacrifici da lei sostenuti e nell’adempimento del dovere in guerra le viene concessa la “Croce al Merito di Guerra” e dal Comandante Supremo Alleato delle Forze del Mediterraneo Centrale, Maresciallo H.R.Alexander, le viene rilasciato il Certificato  al  Patriota.

Con Maria, nel “distaccamento Calcagno” opera il partigiano Giuseppe Sacco – nome di battaglia Bruno – medaglia d’argento al valor militare – che, dopo la Liberazione, diviene suo marito e con il quale condivide i valori e gli ideali a cui si erano ispirate le loro esistenze.

Negli ultimi tempi era molto amareggiata per quello che era avvenuto e ancora avviene in Italia: se ne avesse avuto la forza sarebbe ancora scesa in campo per la difesa dei diritti dei lavoratori, della libertà di pensiero e per la democrazia. È stata una partigiana per tutta la vita.

La famiglia Porcile, paga anche un tributo di sangue alla guerra di Liberazione.

Antonio Porcile “Tappeto”, nome di battaglia, era sottotenente della 4^ Brigata ‘Carlo Cristoni’ della 1° Divisione Garibaldi ‘Gin Bevilacqua’, e ricopriva all’interno della stessa anche il ruolo di caposquadra. Era nato a Quiliano il 10 giugno 1921 ed era cugino di Angelo, Vincenzo, Giorgio e Maria e il 22 febbraio 1945 si trovava nella zona basso piemontese di Castelnuovo di Ceva, precisamente in località cascina ‘Furest’. Il giovane stava svolgendo una missione di recupero lanci alleati a favore della Resistenza, quando venne sorpreso e arrestato dai nazifascisti. Condotto a Ceva, venne imprigionato per qualche giorno, poi la sentenza senza processo: condanna a morte. Il 5 marzo portato in località Broglio un plotone dalla Guardia Nazionale Repubblicana lo passò per le armi appena giunto sul luogo della fucilazione. Nessuno era presente.

Proprio nel giorno in cui Antonio avrebbe dovuto festeggiare il suo ventiquattresimo compleanno, il 10 giugno ’45, la Giunta Comunale Amministrativa di Quiliano decise, d’accordo col Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale di Savona, di variare la denominazione delle strade cittadine in favore di coloro i quali si erano distinti nella lotta di Resistenza contro gli invasori nazifascisti. Tra questi nomi c’era anche il suo, così la strada che fino ad allora era conosciuta come via Andrea Prefumo, divenne, a imperitura memoria, via Antonio Porcile. Un martire, un altro giovane fucilato nel nome della Libertà. Giorgio tesse i fili della memoria e invita l’Anpi a una mobilitazione. Il ricordo del rigore famigliare, ostentato con orgoglio, la felicità per le raggiunte possibilità di emancipazione, ma soprattutto l’invito all’Anpi perché si apra ai giovani. “Oggi – spiega Giorgio – finita la generazione dei figli della guerra, quando io non potevo andare a giocare in un certo posto perché apparteneva a un altro stato sociale e noi non eravamo ammessi, oggi i nostri figli hanno saputo conquistare gli stessi risultati dei figli di famiglie più fortunate economicamente. Con l’impegno, lo studio, l’abnegazione. Di quei tempi non c’è più memoria e i libri sono solo un elenco di date, numeri, circostanze. L’Anpi deve agganciarsi alle famiglie dei partigiani, quelle poche che sono rimaste e coinvolgere la gioventù: i giovani sono curiosi, vogliono sapere, possano fare le domande e le famiglie, ricordando, possono dare le risposte giuste. Perché i sacrifici e i dolori che sono il tributo di una intera generazione non vadano perduti”.

Nadia Ottonello che ha promosso l’iniziativa presenta Giorgio Porcile
Mario Muda, direttore di Quilianonline spiega il valore e l’importanza dell’intervista
La sala gremita e attenta segue l’intervista
Giorgio Porcile ricorda la propria famiglia: davanti a lui i due figli e una sorella
Giorgio Porcile durante il proprio intervento
Giorgio Porcile assiste alla propria intervista
I figli e la sorella di Giorgio Porcile
La targa consegnata a Giorgio Porcile
Il sindaco Nicola Isetta festeggia Giorgio Porcile
I manifesti per l’intitolazione della sezione Anpi di Spotorno alla sorella di Giorgio Porcile, Maria, entrata a 17 anni nella Resistenza

Fotoservizio Renato Barbano

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