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LA QUERCIA NON MUORE

Di Stefano Rolli il grande pubblico conosce la vignetta che ogni giorno ci fa riflettere e sorridere in prima pagina sul Il Secolo XIX, oppure le mostre che pigramente ogni tanto concede in giro per la Liguria. Gli amici beneficiano dello spirito pungente anche nella parlata, ma conoscono la sua passione per la ghironda che […]

Di Stefano Rolli il grande pubblico conosce la vignetta che ogni giorno ci fa riflettere e sorridere in prima pagina sul Il Secolo XIX, oppure le mostre che pigramente ogni tanto concede in giro per la Liguria. Gli amici beneficiano dello spirito pungente anche nella parlata, ma conoscono la sua passione per la ghironda che dispensa avaramente e con cui spesso si fonde in un’enfasi di emozioni. Ma Stefano Rolli è anche  narratore puntuale, un po’ melanconico, però attento e scrupoloso. Vive in campagna e del verde, di boschi e colture ama raccontare la poesia antica e le suggestioni. Sovente anche i disagi di un sistema che lentamente collassa e qualche volta muore. Da oggi ci regala alcuni scritti che parlano di natura, di ambiente, di suggestioni e poesia. Sperando che questi articoli (già usciti sulla carta stampata) aiutino a pensare e a rispettare l’ambiente  li proponiamo ai lettori di Quilianonline perché le cose belle vanno sottolineate e, se possibile, quando è possibile, rilette.

STEFANO ROLLI

Chinate il capo e siate tristi, perché il grande albero è morto. La quercia monumentale di Gòsita, la roverella pluricentenaria, a Rue, nella lingua della Val Graveglia, ha ceduto agli anni, alla malattia e al vento e mercoledì sera le sue radici stanche si sono arrese all’ultima folata scesa dal nord.
«Questo magnifico esemplare di quercus pubescens, tipica specie del nostro clima, aveva un’età approssimativa di quattro, cinquecento anni, Alcuni si spingono a dire seicento – spiega Antonio Battolla, l’agronomo che da qualche anno seguiva e curava questa maestosa pianta iscritta nel registro degli alberi monumentali del ministero dell’Ambiente – Abbiamo eseguito trattamenti e monitoraggi, le analisi sul tronco e sul colletto denotavano una quantità ancora consistente di legno buono, ma evidentemente l’apparato radicale era molto compromesso. In ogni caso cinquecento anni corrispondono alla fine del ciclo vitale di questa specie. Dispiace perché questo albero era un simbolo della vallata».

LO SPIRITO DEL LUOGO, COME UN DRAGO  ADDORMENTATO
Un simbolo potente. Al suo fusto, che veniva ammirato da visitatori provenienti da ogni dove, era legata l’intera valle come a un cordone ombelicale, a una vena in cui pulsavano il sangue e la memoria, un genius loci. Lo spirito del luogo ha lasciato un morbido avvallamento là dove sprofondavano le sue radici e ora giace coricato a valle come la carcassa di un antico drago. Sul suo corpo si arrampica con gli occhi umidi Giuseppe Garibaldi, 57 anni, nato sotto l’Albero, le sue radici intrecciate con quelle della grande pianta. «Oggi è un giorno di lutto, dice. Oggi se ne è andato qualcuno di famiglia. È successo intorno alle 20.30. Ho sentito uno schianto, i cani abbaiavano. La roverella era stata scossa dal Libeccio dei giorni scorsi, poi la Tramontana l’ha spinta nell’altro senso. A Rue è stata leale sino alla fine, se ne andata quando sotto le sue fronde non c’era nessuno. Mi sono arrampicato mille volte su quell’albero, quando avevo bisogno di conforto mi sedevo sulle sue ginocchia, se non potevo uscire, nelle notti di pioggia, il pensiero dell’albero bastava a rassicurarmi. Non avrei mai pensato che se ne andasse prima di me».

L’albero abbattuto: il tempo, il vento, ma continuerà a vivere nei suoi frutti

La mamma di Giuseppe, Maria Ines D’Amico, 90 anni, sorride con malinconia: «Tutto prima o poi finisce. Quando ero bambina l’albero era già grande come adesso. Con i cappucci delle sue ghiande spegnevamo i fessieu (gli officieu, le piccole candele votive della tradizione) dopo le funzioni dei giorni dei Santi e dei Morti».
La terra in cui sorgeva la quercia appartiene oggi a Remo Chioino, che da alcuni anni, con la compagna Senja, ha avviato qui un’azienda agricola che porta il nome dell’Albero. La prelibatezza del suo miele è già leggenda. Il padre di Remo, Ivo, guarda l’enorme fusto: «Avevamo persino allargato una finestra della casa per vederla meglio, ogni mattina. Non posso crederci, è un’immensa tristezza».
Battolla farà oggi un sopralluogo sul sito, verrà anche il sindaco di Ne, Cesare Pesce: «Una grande perdita – dice il primo cittadino – gli renderemo omaggio, non abbandoneremo all’oblio quello che è stato il simbolo di tutta una comunità». Dello stesso avviso il vicesindaco e assessore all’Agricoltura, Marco Bertani: «La forza e la tenacia della roverella di Gòsita rappresentano la forza e la tenacia della nostra gente. Ora lei è caduta, le renderemo onore e la ricorderemo, ma la nostra valle continuerà a resistere».
Giuseppe Garibaldi sa già come farlo, piantando un giovane figlio della Rue, e Battolla, l’agronomo, è della stessa idea. L’immenso albero di Gòsita non è stato soltanto leale e garbato nella sua agonia. È stato anche generoso. Prima di coricarsi nella terra che l’ha nutrito, in questo tiepido autunno ha disseminato all’intorno centinaia di ghiande: una speranza, una promessa. Sul pendio attorno già prosperano i suoi eredi degli altri anni, giovani querce, alcune adolescenti. Chiedono solo di ricevere in cambio una porzione dell’amore che l’antica Rue ha dispensato per secoli agli uomini che in lei hanno cercato conforto.

Stefano Rolli (Il Secolo XIX del 16 novembre 2018)

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