Informazione web della Comunità di Quiliano

free wifi quiliano

P.zza Costituzione
Biblioteca

IL CALCIO COME POESIA

C’era una volta il Club Sportivi Quilianesi per i calciofili di una comunità da sempre legata alle sorti di un pallone che rotola. Oggi che questo leggendario circolo rimasto nel cuore di tutti ha da tempo chiuso i battenti, chissà che ad assurgere a nuovo punto di riferimento degli appassionati non sia il Caffè Millà […]

C’era una volta il Club Sportivi Quilianesi per i calciofili di una comunità da sempre legata alle sorti di un pallone che rotola. Oggi che questo leggendario circolo rimasto nel cuore di tutti ha da tempo chiuso i battenti, chissà che ad assurgere a nuovo punto di riferimento degli appassionati non sia il Caffè Millà di Mattia Arrigoni. Un luogo, nel quale basta dare uno sguardo alle pareti, per immergersi nell’universo emozionale del suo titolare. Vero, Mattia?

BORIS CARTA

«Diciamo che quando ho aperto il bar ho cercato in qualche modo di trasporvi le mie passioni al di fuori dei cocktail e del mio lavoro: il calcio e il cinema. Un certo tipo di calcio, forse meno legato nello spirito all’aspetto puramente professionistico, che si sta via via perdendo a causa della sempre maggiore complicanza del rapporto tra squadra e tifosi».

Un calcio, però, passato di moda fino a un certo punto visto che a distanza di decenni conserva immutato il suo fascino…

«Soprattutto grazie ai racconti in televisione. Oggi si parla tanto degli storytelling di Federico Buffa che, senza dubbio, sono molto interessanti, molto belli e culturalmente completi; ma io trovo, in realtà, che i veri pionieri di tutto questo siano i grandi giornalisti italiani come il maestro per antonomasia Gianni Brera, Gianni Minà e Marino Bartoletti (soprattutto di quest’ultimo mi piacevano molto i racconti). Io ho cominciato ad appassionarmi al calcio seguendo Sfide, in onda su Rai 3 a partire dalla fine degli anni ‘90: ricordo che lo guardavo d’estate, mi affascinavano i racconti sulla Nazionale e quelle sui grandi campioni. Inizialmente era un programma non molto seguito poiché andava in onda in seconda serata, quando non addirittura in terza. Probabilmente gli autori non si erano ancora resi pienamente conto di quanto la gente avesse bisogno di queste storie, ma credo che con il passare del tempo l’abbiano compreso visto che la trasmissione ha via via acquisito uno spazio e un’importanza sempre maggiori fino a passare in prima serata e alla conduzione del grande Alex Zanardi. Anche se, per la verità, la sua presenza in studio non mi faceva impazzire: a me interessavano i racconti puri, mi piaceva quando Sfide iniziava con il servizio e con quello si esauriva tutta la puntata. Senza studio, per intenderci: per me una puntata fatta in questo modo valeva di più.»

Ezio Vendrame, storia e immagine presenti al Caffè Millà

IL PALLONE, UN MODO ROMANTICO PER IL RISCATTO SOCIALE

Una visione poetica del calcio, la tua, come del resto la mia: l’ho capito vedendo la foto di Ezio Vendrame esposta sulla parete. Che cosa ti ha colpito maggiormente di questo giocatore e della sua parabola calcistica?

«Di Ezio Vendrame, fin dall’inizio, mi ha assolutamente colpito la disarmante umanità che ha sempre manifestato in tutte le sue interviste. Così come la sua fragilità e, allo stesso tempo, il suo urlare al mondo il suo desiderio di libertà e di andare contro il conformismo che – ahimè, bisogna dirlo – nel calcio è sempre di più la via più facile da seguire. Se si ascoltano le interviste dei giocatori e degli allenatori di oggi alla fine delle partite immagino che, su venti tecnici di Serie A, non più di due o tre possano salvarsi in quanto a originalità e autenticità, mentre gli altri mi sembrano tutti degli attori che leggono un copione o che sono stati istruiti su quello che non devono dire. I giornali, poi, non aiutano di certo: un giocatore di adesso deve stare molto attento a ciò che dice perché il giorno dopo rischia di vedersi costruito ad arte un articolo che travisa le sue dichiarazioni. Probabilmente tanti giocatori di oggi sono ragazzi che arrivano troppo giovani davanti ai microfoni e, spesso, non hanno neanche molto da dire. Ma non è una colpa loro, forse è proprio il mondo che sta andando in quella direzione.»

Il Quiliano, una storia intensa fra abitanti e Società

Una volta non c’erano trucchi, non ci si innamorava così facilmente. E, soprattutto, le generazioni calcistiche degli anni ‘60/70/80 annoveravano tra le proprie file molti “figli del popolo” che rincorrendo un pallone ambivano al riscatto sociale. A differenza dei ragazzi di oggi…  

«Esatto. E a questo bisogna aggiungere la parte recitata dalle società, che sempre più spesso vanno a partecipare a un campionato caratterizzato da dislivelli clamorosi. Se penso che negli anni ‘80 una società come l’Avellino poteva permettersi stranieri di primo livello come Diaz e Barbadillo capisco che, uno, il campionato italiano ha perso d’importanza e, due, che probabilmente un’apertura delle frontiere ad ampio raggio come quella attuale va a penalizzare sia i vivai di giocatori nostrani che squadre come possono essere il Crotone e il Benevento, le quali, se il nostro campionato avesse ancora una certa centralità, potrebbero spendersi tre slot straniere per acquistare, chissà, un giocatore importante della Croazia o del Perù. Non si tratta di ragionare pensando ai tempi che furono senza essere costruttivi su quelli nuovi: semplicemente, a mio giudizio, tutto andrebbe un po’ ridotto e spogliato all’essenziale.»

“UNA STORIA E I CALCIATORI DIVENTANO PIÙ UMANI“

Solo in questo modo si potrebbe auspicare una nuova fase “romantica” del calcio…

«Il calcio attuale, secondo me, ha poche storie da raccontare, se si eccettuano vicende umane e personali tipo quella di Fabio Pisacane o l’infanzia di alcuni giocatori provenienti da zone disagiate. O ancora, per fare un esempio più recente, il momento buio attraversato da Iličić che, non a caso, ha vissuto l’esperienza della guerra nei Balcani negli anni ‘90 così come anche Džeko e Pjanić. A mio avviso, queste storie rendono i calciatori umani agli occhi dei tifosi che li vedono come eroi. E, in fondo, è questo che interessa alla gente. La stessa scomparsa di Maradona ha privato il mondo non solo di un calciatore mostruoso ma anche di una persona estremamente umana che, seppure con tutte le sue debolezze, è riuscita a conquistare attraverso il calcio un’importanza sociale degna, secondo me, di un capo di Stato.»

 In Italia, invece, una delle ultime storie di riscatto sociale legata al calcio è senza dubbio quella di Antonio Cassano. Eppure sembra trascorsa un’eternità da quel 18 dicembre 1999, allorquando mise a segno quella straordinaria rete all’Inter che, a 17 anni, lo rivelò al grande pubblico…

«Nonostante all’epoca avessi solo undici anni ricordo benissimo quel gol pazzesco. Ma a colpirmi mostruosamente sarebbe stata una sua frase detta a un giornalista qualche anno dopo, quando giocava nella Roma. In quel periodo sembrava che Cassano non desse importanza a nulla, cambiava spesso macchina ed era decisamente molto esaltato dalla situazione. Nel momento in cui il giornalista gli chiese come stesse vivendo la sua condizione da miliardario, lui rispose: “Facendo un rapido conto, ho trascorso 17 anni da pezzente e cinque da miliardario. Bene, me ne mancano altri undici!”. Io direi che se li sia goduti tutti quanti, fino alla fine. Avrebbe indubbiamente potuto rendere di più dal punto di vista sportivo perché ritengo che sia stato il calciatore italiano più dotato degli ultimi vent’anni. Dal punto di vista squisitamente tecnico, secondo me, era superiore anche a Roberto Baggio. Lo stesso Totti, che reputo il giocatore italiano più forte di tutti i tempi, ha sempre detto che con Cassano si è trovato come con nessun altro. E mi pare che Totti abbia giocato con un bel po’ di calciatori forti.»

CASSANO E VENDIRAME, DUE PARABOLE

Peccato che Cassano avesse lo spiacevole vizio di insultare un po’ tutti, soprattutto arbitri e allenatori. Se avesse imparato l’educazione avrebbe ottenuto molte più soddisfazioni. Invece finì per rimediare più squalifiche ed esclusioni che consensi, penalizzando la squadra stessa…

«Io dico che, quando era alla Sampdoria, Cassano avrebbe potuto avere Genova ai suoi piedi. Senonché, in un’intervista, si lasciò scappare una frase davvero molto brutta nei confronti dei tifosi blucerchiati: “Qui tutti si lamentano! Hanno mangiato merda fino all’anno scorso e adesso che mangiano Nutella vengono a lamentarsi!”. Non puoi dire una frase del genere a nessun tifoso di nessuna squadra, tantomeno a uno che fino a 15-20 anni prima vedeva giocare gente come Vialli, Mancini, Katanec, Cerezo, Gullit e Pagliuca, che hanno portato a vincere uno scudetto, quattro Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e a sfiorare una Coppa dei Campioni. Ma di che cosa stiamo parlando? Non sei tu che devi innalzare, semmai sono gli altri che devono innalzare te. Un Cassano senza l’uso della parola sarebbe stato un’iradiddio. Anzi, come diceva Vendrame con la sua classica erre moscia, un’ivadiddio.»

Non a caso, Ezio Vendrame non si fece problemi a ripartire dai semiprofessionisti in un’epoca in cui, a mio avviso, talune realtà calcistiche delle divisioni minori potevano godere di maggiore visibilità rispetto ad oggi…

«Indubbiamente un tempo, come immagino anche dalle tue parti in Valbormida negli anni ‘80 e ‘90, i contributi che potevano essere donati alle cause calcistiche dei piccoli paesi erano superiori rispetto a quelli attuali. In una dinamica di paese come la nostra, ritengo necessario che venga data molta importanza al settore giovanile. E poiché il Quiliano&Valleggia, ricreando un vivaio che a Quiliano mancava da tantissimo tempo, sta seguendo questa via, è altrettanto importante che nella prima squadra locale giochino persone del posto. Io ho fatto parte del settore giovanile del Quiliano arrivando fino alle porte della prima squadra ma, una volta smesso, ho continuato – compatibilmente con i miei impegni prima all’università e poi da animatore – a seguire volentieri la squadra quando c’erano i miei amici che ci giocavano. Questa situazione è un po’ una costante perché una squadra ricca di giocatori del paese attrae sicuramente più persone: quando un giocatore porta la mamma, il papà, la zia, lo zio, la fidanzata e i bambini si fa presto ad arrivare a 150 persone. E, ovviamente, si hanno buone probabilità di riempire il campo».

QUILIANO, UNA SQUADRA “IDENTITARIA”

Quella che si dice una squadra “identitaria”…

«Esatto. Una mossa vincente che era già stata attuata all’inizio degli anni ‘80, quando tre giocatori a fine carriera ma decisamente superiori alla media del calcio dilettantistico essendo arrivati fino alla Serie D – Massimo Becco, Luciano Brondo, capocannoniere nel Campionato Interregionale con il Vado, e Franco Davi, che aveva avuto una carriera importante con Albenganese e Carcarese – si erano messi insieme come un gruppo di amici e avevano rifondato il Quiliano che non esisteva più, facendogli scalare in poco tempo, a partire dal 1981, i vertici del calcio provinciale. Tutti quilianesi che avevano deciso di vivere l’ultimo periodo felice della loro parabola calcistica nel loro paese. E gli avversari sapevano che venendo a giocare a Quiliano avrebbero affrontato giocatori di categoria superiore. È come se oggi venissero qui giocatori provenienti dalla Serie C o dalla D: vincerebbero il campionato di Prima Categoria a mani basse. Tuttavia, la realtà che più si confà al Quiliano è questa: ogni tanto ci sta un salto in Promozione così come – perché no? – una discesa in Seconda Categoria. Quello che conta è continuare a fornire un servizio ludico per la popolazione in attesa che si possa tornare a riempire il campo.»

Così come il grande Francesco Landucci soleva dire che per il Valleggia la Seconda Categoria equivale alla Serie A…

«Scusa, ma quando si parla di Francesco Landucci mi tolgo il berretto. Nel periodo in cui il Quiliano aveva iniziato a prendere mire ben più alte prima di un brusco risveglio mi ero avvicinato molto al Valleggia, andavo a vedere le partite perché ci giocavano i miei amici che non erano più al Quiliano e perché il tecnico era quel meraviglioso ragazzo che si chiama Fabio Musso, già mio allenatore quando militavo nella squadra juniores. Quando poi è passato in prima squadra molti giocatori l’hanno seguito e con loro ha ricreato un ambiente stupendo. Se Fabio è stato per tutti un fratello, Francesco è stato un papà meraviglioso”.

Mattia Arrigoni, racconta la sua passione per un calcio romantico

“IL BAR? UN MIX DI BARCELLONA E  CAMERUN”

Tornando invece a te e al tuo locale: come mai hai scelto di chiamarlo come un simbolo del calcio africano la cui immagine, peraltro, è una delle molte esposte sulle pareti?

Il Caffè Millà: dietro al suo nome calcio e analogie

«Non l’ho dedicato solo a Roger Milla, ho fatto una via di mezzo. Il mio Bar si chiama Caffè Millà, mentre in realtà la a del cognome del giocatore non è accentata anche se si legge come se la fosse. Io ho preso l’accento e, per così dire, la lettura della parola da Casa Milà, una casa di Barcellona che mi è piaciuta moltissimo e nella quale avevo trascorso, insieme alla mia ragazza, una vacanza molto importante per me. Sono rimasto innamorato dell’architettura catalana e ho deciso di fondere il nome di questo edificio con il nome dell’attaccante camerunense che ai Mondiali del 1994 segnò un gol all’età di 42 anni. La cosa mi aveva entusiasmato da matti: se penso che mio papà, essendo del 1962, aveva all’epoca 32 anni, agli occhi di un bambino come allora ero io appariva incredibile pensare che un calciatore di dieci anni più vecchio potesse giocare e segnare ancora. Di lì sono andato a vedermi un po’ di cose sul Camerun di Roger Milla e, dopo aver scoperto che era presente addirittura ai Mondiali di Spagna del 1982 (dove aveva, fra l’altro, giocato contro l’Italia futura campione del mondo), mi sono detto: “Ma qui stiamo parlando davvero di una leggenda vivente!”. Così, da quel giorno, sono rimasto impallinato con lui. Ma anche con tanti altri: René Higuita, Paul Gascoigne, George Best, Robin Friday. Di quest’ultimo, poi, si parla davvero poco, ma negli anni ‘70 è stato uno dei più forti giocatori inglesi. Purtroppo aveva il vizio dell’eroina, che lo ha portato alla morte a soli 38 anni.»

E chissà che un giorno non campeggi nel tuo locale anche la foto di Lamberto Boranga, che a 78 anni si dilettava ancora come portiere in Seconda Categoria…

«Sono tutti ottimi esempi da raccontare. E soprattutto è un calcio vero, che non smette mai di entusiasmare. Ricordo ancora come, nella stagione 2002-03, dedicai per tutto l’anno uno sguardo alla Florentia Viola, la compagine che aveva preso il posto della Fiorentina, fallita l’estate precedente, ripartendo dalla Serie C2. Il motivo di quel mio interesse, probabilmente, fu il fatto di vedere in quella situazione un grande avvicinamento alle persone, un coinvolgimento più completo della piazza. Fatto sta che quando andai a vedere Savona-Florentia Viola rimasi sconvolto da come i tifosi fiorentini avevano riempito tutto il settore ospiti del Bacigalupo. Sì, tutto sommato sono convinto che spesso i fallimenti avvicinino e compattino la squadra. Ma questo è un discorso che ti può fare solo il tifoso di una piccola squadra, non quello di una formazione che tutti gli anni gioca per qualcosa. Prova a dire a uno juventino: “Ah, che bello se tornaste di nuovo in Serie B!”».

LA SAMPDORIA UN GRANDE AMORE

 A proposito: non hai ancora rivelato la tua fede calcistica…

«Sono un accanitissimo tifoso della Sampdoria, abbonato alla Gradinata Sud finché è stato possibile recarsi allo stadio. Non posso ritenermi un tifoso da trasferta, ma ho visitato “templi” del calcio internazionale anche in occasione di partite non della Samp: i derbies di Liverpool, di Monaco di Baviera, di Madrid… Da un annetto e mezzo conduco con i miei amici Luca ed Ennio, anch’essi “curvaioli”, un podcast dal titolo SAMPodcastLettere da Amsterdam, che si può trovare su Spotify o su Spreaker, in cui ogni settimana analizziamo la partita conclusa con le interviste all’allenatore e ai giocatori. Siamo soliti inserire nel mezzo di ogni puntata ritratti speciali di personaggi “vintage” che hanno fatto la storia blucerchiata – tra i quali Vujadin Boškov, Trevor Francis, Gianluca Pagliuca e Roberto Mancini, al quale abbiamo dedicato uno special andato in onda il giorno di Natale – proseguendo con quattro chiacchiere sul successivo incontro in programma e sulla situazione di classifica. Abbiamo un buon seguito e un bel bacino d’utenza, con oltre 40 puntate rappresentiamo un appuntamento ormai tradizionale per i tifosi sampdoriani. E siamo in continua crescita.»

Carlos Vaderrama, a lui dedicato un cocktail al rum

Ma vorrei concludere con una domanda al Mattia… barman: se un giorno decidessi di realizzare un cocktail a tema calcistico come lo chiameresti?

«Poiché i cocktail sudamericani sono i miei preferiti e mi piace molto usare il rum, con qualcosa di biondo sopra potrebbe essere un bel… Valderrama.»

Articoli correlati

Di