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I DONI DEL PRATO

Storia, usi, abitudini e perché: le erbe nella nostra civiltà dalla preistoria a Italo Calvino e il Barone Rampante. LAURA BRATTEL   Il prato non è solo un luogo ameno e piacevole dove trascorrere un sano e rilassante pomeriggio nel verde, in compagnia di amici, magari davanti ad un bel pic-nic imbandito sull’erba. Anche. Ma […]

Storia, usi, abitudini e perché: le erbe nella nostra civiltà dalla preistoria a Italo Calvino e il Barone Rampante.

LAURA BRATTEL

 

Terrazzamenti prativi Montagna-Cian Battagiusu

Il prato non è solo un luogo ameno e piacevole dove trascorrere un sano e rilassante pomeriggio nel verde, in compagnia di amici, magari davanti ad un bel pic-nic imbandito sull’erba. Anche. Ma è molto di più.
Per un naturalista un prato è un biotopo che permette il dispiegarsi di una ricchezza di vita sia vegetale che animale. Per un animale erbivoro, esso rappresenta una fonte di cibo. Anche per l’Uomo il prato ha rappresentato da tempo immemorabile una fonte di cibo, oltre che un cespite di reddito ed anche una sorta di farmacia spontanea. Vediamo come.

COMPASCUO E IL PASCOLO COMUNE, L’ESEMPIO DI QUILIANO

In Liguria non esistono prati spontanei. I nostri prati sono tutti di origine antropica.
A partire dalla Preistoria i nostri antenati bruciarono ampi tratti boschivi per ricavarne pascoli per i propri animali domestici. Successivamente, con l’arrivo dei Romani e durante tutto il Medioevo, la pratica del compascuo determinò la formazione di estese aree prative. Si trattava di un istituto giuridico per cui una comunità aveva il diritto di usare un fondo per il pascolo in comune del proprio bestiame. Nel territorio quilianese abbiamo almeno un’area di questo tipo, documentata fin dal XII secolo.

Nel corso del tempo, poi, vennero attuati disboscamenti sia per l’uso del legname, che veniva impiegato per la fabbricazione di navi, in particolar modo dal Cinquecento in poi, che per la creazione di terrazzamenti. Occorreva infatti rispondere alle esigenze di una popolazione in crescita che richiedeva la disponibilità di risorse alimentari adeguate.

SPAZI SOTTRATTI ALLA PALUDE

Il paesaggio ligure andava assumendo un aspetto diverso, dove la continuità del manto boschivo, descritta egregiamente da Italo Calvino ne “Il Barone Rampante”, era interrotta da tratti prativi più o meno estesi, posti sulle sommità dei crinali, su colli e valichi, o in prossimità dei centri abitati.

Nella vallata quilianese oltre alla piana di Valleggia, sottratta alla palude fin dal tempo dei Romani (questo toponimo deriva verosimilmente dai termini “valle smueggia”, ossia “valle paludosa”), potevamo annoverare i prati del Capraio, di Passeggi, di Colla San Giacomo.

Prati ed edificio Colla San Giacomo

IL RITO DELLO SFALCIO A COLLA SAN GIACOMO

A Colla San Giacomo ancora all’inizio del secolo scorso frotte di giovani si recavano durante l’estate per partecipare allo sfalcio dell’erba, che veniva ammucchiata nel fienile della casupola ivi presente. Ragazzi e soprattutto ragazze sostavano lassù per giorni interi, sfalciando di giorno e dormendo sul mucchio di fieno, che si veniva accumulando, durante la notte. Annessa al casolare era anche una piccola chiesina dove i giovani potevano assistere al servizio domenicale della Messa.
Mia nonna era una di queste ragazze, e dai suoi racconti ho imparato stupita l’importanza e la fatica di un lavoro oggi dimenticato.

 

 

 

 

 

 

 

IL PRATO DI LAURA (1) CONTINUA

 

Barlia robertiana (orchidea selvatica)
Daphne gnidium (specie tossica e mortale)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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