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IL PRATO DI LAURA (15)

LA MAGIA DEL RAVANELLO SELVATICO Poco appariscente, ma molto gustoso va bene in tutte le salse (e non è un modo di dire..). I faraoni lo esigevano per gli schiavi e le nonne lo usavano in cucina e per le favole.   LAURA BRATTEL NOMI COMUNI: Ravanello selvatico, ramolaccio, rapastrello. NOME SCIENTIFICO: Raphanus raphanistrum NOME […]

LA MAGIA DEL RAVANELLO SELVATICO

Poco appariscente, ma molto gustoso va bene in tutte le salse (e non è un modo di dire..). I faraoni lo esigevano per gli schiavi e le nonne lo usavano in cucina e per le favole.

 

LAURA BRATTEL

NOMI COMUNI: Ravanello selvatico, ramolaccio, rapastrello.

NOME SCIENTIFICO: Raphanus raphanistrum

NOME DIALETTALE QUILIANESE: ràva sarvèga (per via della somiglianza con Sinapis arvensis, nel nostro dialetto si tende a confondere le due specie, utilizzando per entrambe la stessa denominazione), armuàssa.

FAMIGLIA: Brassicaceae

Il fiore del ravanello selvatico è normalmente di colore giallo pallido, anche se possiamo trovare esemplari a fiore bianco. L’infiorescenza porta i singoli fiori piuttosto separati e distanziati lungo lo stelo, a differenza di quelli molto più raccolti della senape selvatica.

DESCRIZIONE DELLA SPECIE

Pianta erbacea annuale con rosetta di foglie basali e stelo fiorale che compare a primavera inoltrata, e che può raggiungere i 20-80 cm.

La foglia è molto simile a quella di Sinapis arvensis, di un verde intenso e di aspetto ruvido, si presenta lobata o pinnatosetta, ma può anche essere intera, lanceolata. Il margine è irregolarmente dentellato.

Anche i fiori risultano simili a quelli della senape selvatica, ma sono in genere più distanziati lungo lo stelo, di colore giallo, dal pallido al paglierino, ma esistono anche esemplari bianchi, ed hanno la classica forma delle crucifere (Brassicaceae), con i quattro petali a forma di croce.

La caratteristica che meglio distingue le due specie summenzionate sono le silique contenenti i semi: nel Raphanus raphanistrum si presentano rigonfie in corrispondenza dei semi, e strozzate tra un seme e l’altro, con il tipico aspetto “a rosario”, mentre in Sinapis arvensis la siliqua è perfettamente dritta, e piuttosto stretta.

HABITAT

Il ravanello selvatico colonizza sia i coltivi che gli ambienti incolti, gli ambienti ruderali, i macereti e possiamo trovarlo perfino lungo gli argini sabbiosi dei corsi d’acqua.

PROPRIETÀ OFFICINALI

Il ravanello selvatico è pianta salutare e ricca di vitamine e sali minerali: contiene vitamine del complesso B, poi A, C, E; contiene sodio, potassio, ferro, calcio, fosforo. Nella sua composizione rientrano anche particolari ed interessanti sostanze antiossidanti attualmente oggetto di studio, che pare abbiano effetti antitumorali piuttosto importanti, quantomeno a livello preventivo.

Nella medicina popolare sappiamo che il succo di questa specie era stato usato come stimolante della funzione gastrica e come antireumatico. Questo uso era probabilmente stato divulgato dai monaci durante il medioevo, sebbene la pianta fosse già nota a Greci e Romani.

Un altro uso popolare del succo di ravanello selvatico è quello di disintossicante per fegato e bile, proprietà che è stata dimostrata da studi scientifici recenti.

Il succo della radice, invece, sembra essere efficace per schiarire le efelidi.

In veterinaria, il Raphanus raphanistrum rientra in un mazzetto di specie officinali utili per trattare una particolare micosi del pelo e della pelle di animali quali bovini, conigli e cani.

CURIOSITÀ E NOTIZIE STORICHE

La rosetta di foglie basali del ravanello selvatico presenta foglie dall’aspetto irregolare, più o meno incise, o proprio pennatosette.

Erodoto, storico vissuto nel IV sec. a.C., ci informa che i Faraoni avevano dato disposizione affinché agli operai impegnati nella costruzione della piramide di Giza venissero distribuite radici di rafano e aglio quali presidio medico. Non sappiamo a quale specie di “rafano” si riferisse lo storico, ma un “ῥάφανος” (rafanos), o “ῥαφανὶς” (rafanis) compare anche negli scritti di Teofrasto, filosofo e botanico greco vissuto nel III sec.a.C. e Dioscoride, medico e botanico greco vissuto nella Roma imperiale durante il I sec.d.C.

Le ipotesi relative all’etimologia di questa denominazione sono diverse. Secondo alcuni deriverebbe da una contrazione tra il termine greco “ῥίζα” (rhiza), radice, e il tema del verbo “φαίνω” (phaíno), apparire, da cui il significato di pianta con radici visibili. Secondo altri deriverebbe da termini greci, a loro volta presi a prestito dal persiano rafe, che indicherebbero una pianta dal facile sviluppo (dalla rapida germinazione o accrescimento). In greco antico “ῥάφανος” (raphanos) indica anche il cavolo, della cui famiglia (Brassicaceae) rapa, ravanello e rafano fanno parte.

Di un “raphanus” parla anche Plinio il Veccchio (I sec.d.C.), nella sua Naturalis Historia, riferendosi probabilmente proprio al nostro ravanello selvatico, poiché dice di prelevarne le foglie prima che venga gettato lo stelo floreale. Tuttavia pare che il naturalista romano non ne andasse particolarmente ghiotto, infatti lo definisce “cibus inliberalis”, ed era infastidito dal suo cattivo odore, che suggeriva di moderare consumando tale verdura insieme con olive.

Pietro Andrea Mattioli, medico e naturalista cinquecentesco, conferma che le foglie e le radici del ravanello selvatico venivano usate nell’alimentazione dei villani, per lo più lessate e accompagnate da fette di pane. Lo stesso uso alimentare popolare di questa verdura povera e pane è descritto nel Settecento dal medico e naturalista fiorentino Giovanni Targioni Tozzetti, che ne apprezzava il sapore piacevolmente piccante.

UTILIZZI IN CUCINA

Anche del ravanello selvatico, come di altre verdure spontanee descritte nelle precedenti schede, usiamo le foglie della rosetta basale: alla fine dell’inverno e all’inizio della primavera, quando sono sufficientemente tenere, possono essere consumate crude per arricchire con il loro sapore deciso una fresca insalatina; successivamente potranno essere lessate e come tali rientrare nella composizione del “prebuggiùn”.

Una volta lessate, le foglie possono anche essere gustate in purezza, saltate in padella con aglio e olio, e sono un contorno ideale per piatti a base di carni rosse “importanti”, quali salsicce, stufati o arrosti.

La radice, dall’aroma pungente, può essere usata come quella del cren: grattugiata al momento, oppure conservata sott’olio o sott’aceto, si dimostra ottimo complemento per accompagnare bolliti o verdure al vapore, da sola o in aggiunta a prelibate salse.

I getti floreali ancora in bocciolo sono deliziosi da preparare come condimento per la pasta, allo stesso modo di quelli della senape (vedasi ricetta sulla precedente scheda), o secondo la fantasia di chi cucina.

Le silique del ravanello selvatico mostrano il tipico aspetto “a rosario”, essendo rigonfie in corrispondenza di ogni singolo seme.

LA RICETTA:

Pasta al pesto… di ravanello selvatico!

Ingredienti:

– una manciata di foglie tenere di Raphanus raphanistrum

– Parmigiano reggiano o grana padano o formaggio pecorino a piacere

– pinoli o mandorle pelate

– aglio (uno spicchio o un pezzetto, secondo i gusti)

– olio extra vergine di oliva taggiasca

Procedimento:

Questa ricetta sfrutta il sapore gradevolmente piccante delle foglie del ravanello selvatico e il procedimento tipico del pesto alla ligure: se ne ricava una salsa familiare ed insolita al tempo stesso, con cui condiremo la nostra pasta primaverile, in attesa dell’amato basilico…

Volutamente ometto le dosi, poiché ogni famiglia ligure ha le proprie tradizioni e i propri gusti. Per dovere di cronaca trascrivo il procedimento, ma anche qui sappiamo benissimo che ciascuno fa a modo proprio…

Ricordo mia nonna pestare e rimestare col pestello di legno nel mortaio di marmo, con quei gesti semplici e al tempo stesso così impregnati di maestria da lasciare a bocca aperta. Noi bambini, affascinati dai suoi movimenti, trepidanti, già con l’acquolina in bocca al pensiero di gustare il saporito oro verde, eravamo piuttosto impazienti: allora nonna ci raccontava per l’ennesima volta la fiaba di Picchettin e del fico, per tenerci buoni fino all’ora di pranzo.

Se decidete di usare pestello e mortaio, come faceva mia nonna, pestate prima la frutta secca, successivamente aggiungete, nell’ordine, aglio, formaggio, le foglie, in questo caso di ravanello selvatico, precedentemente scelte con cura e risciacquate, infine olio extra vergine di oliva.

Se invece usate il frullatore, mettete semplicemente insieme tutti gli ingredienti, avendo cura di aggiungere un paio di cucchiai d’acqua; potete infine aggiungere l’olio direttamente sulla pasta.

Buon appetito! E… se anche voi desiderate ascoltare la fiaba di mia nonna di Picchettin e del fico… fatemelo sapere!

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